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WATERBOYS - Too close to heaven - 2001 Per preparare il precedente "Fisherman's blues", Mike Scott e i Waterboys registrarono qualcosa come 159 canzoni con decine di musicisti in giro per il mondo. Poi ne scelsero 12. E le altre? Qualcuna uscì su singolo, altre 10 sono qui. A rigore, questi dunque sono scarti. in realtà siamo di fronte ad un pugno di canzoni il cui denominatore è l'assoluta voglia di suonare. Molte di queste tracce sono improvvisate in studio o registrate in diretta e questo si sente. Si sente nella spontaneità di queste esecuzioni e nella lunghezza dei brani che sa tanto di "non fermiamoci adesso che stiamo andando troppo bene". E magari in certe piccole imperfezioni che danno a tutto il lavoro un sapore di realtà e verità che è raro trovare ancora nei dischi superperfetti di oggi. Blues e sapori irlandesi, un sax e un violino che cuciono il tessuto musicale come l'ago di una ricamatrice, tanto amore e tanta "musica empathy" come la chiama Scott ed ecco fatto un disco da amare subito e per molto tempo.
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WHITNEY HOUSTON - My love is your love Dai, dargli proprio l'insufficienza non si può, ma questo nuovo sospirato album di Whitney è una delusione! Del genio pop che aveva baciato i precedenti successi della bella cantante qui non c'è l'ombra, nessun brano che si ricordi, nessuno che si stacchi dall'anonimato. Un 6 stiracchiato grazie ad una produzione sempre eccellente (almeno quello!). Pronto ad essere smentito dalle classifiche di tutto il mondo.
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WILLIE NELSON - Raimbow connection - 2001 Qualche tempo fa ci siamo occupati del disco di un grande vecchio del country, Earl Scruggs (v.), oggi ecco un'altra leggenda della musica americana. Una sorta di monumento la cui importanza non attiene al solo country (il suo genere) ma all'immagina stessa dell'America. Nelson "è" un pezzo dell'America, come lo sono molte di queste canzoni (veri e propri standard in giro da mezzo secolo o anche più) e lo saranno tutte le altre. Si va dal blues, allo swing, al bluegrass toccando tutti i profumi di un genere vario e composito che solo una grande superficialità potrebbe liquidare come "quello dei cowboy". In un paio di canzoni, Nelson lascia il microfono alla figlia Amy additanto forse in qualche modo la sua successione. ma per questo, probabilmente, ci vorrà ancora molto tempo
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WINGS - Wingspan Dei Wings ci eravamo un po' scordati, schiacciati tra i Beatles e Paul McCartney. Per molti non sono neanche stati un "vero" gruppo, quanto, semplicemente la band di Paul. Speculazioni. Ci interessa sapere quanto gli Wings fossero una "vera" band o un mucchio di turnisti alle spalle del leader? No: ci interessa piuttosto che sotto quella sigla siano uscite alcune canzoni eccellenti, tutte riunite in questo doppio cd. Canzoni che in qualche modo hanno fatto, nel loro piccolo, storia: "Band on the run", "Live and let die", "Goodnight the night", "Let 'em in"É Un bell'ascoltare: canzoni facili, non banali, in purissimo "Macca style". Una chicca per nostalgici, ma anche qualcosa che i giovanissimi potrebbero apprezzare: in attesa di trovare qualcuna di queste canzoni nel repertorio di qualche teen band, come "Live and let die" fini' in quella dei Guns n' Roses.
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XTC - Apple Venus volume 1 Altro pianeta. Qui la musica è una cosa seria. Forse troppo seria. Non ci sono canzonette, in questo album: l'obiettivo deve essere stato, per ogni canzone, scrivere qualcosa che, a suo modo, fosse memorabile. L'ascolto spesso non è facile, ma la pazienza è spesso ripagata da grande soddisfazione. Certo ci vogliono orecchie... allenate per questa musica, così questo disco può essere una buona palestra per chi abbia voglia di espandere i propri orizzonti sonori.
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YES - Close to the edge - 1973 Il progressive rock in una delle sue massime espressioni, al massimo dei suoi pregi e al minimo dei suoi difetti. "Close to the edge", definito al suo apparire, nel 1973, "il disco giusto al momento giusto" è la quintessenza del progressive: in particolare l'omonima suite di 18 minuti che occupava interamente quello che era il lato A del disco si accosta alle consorelle "Supper's ready" dei Genesis e perché no al "Giardino del mago" del Banco (tutte e tre dello stesso anno) a definire i parametri del genere: complicate architetture sonore, grande perizia strumentale per edificarle e il tempo necessario per esplorarne tutti gli anfratti. Questo era il rock progressivo, spesso poi tradito da chi pensava che bastasse uno solo di questi elementi (pallosi brani chilometrici, astrusi arzigogoli strumentali o sterile virtuosismo fine a sé stesso) per emulare Yes o Genesis. Qui invece i 18 minuti di "Close to the edge" scivolano via: certo esigono un'attenzione un po' superiore a quella richiesta da Britney Spears, per dire, ma quasi non ci si accorge di quanto siano bravi Howe, Squire, Bruford, Wakeman e Anderson, quanto sia complesso ciò che stanno raccontando: il piccolo miracolo sta proprio nel fatto che ciò che arriva è l'emozione, prima dell'ammirazione per il virtuosismo. Come quando ammiri un Van Gogh e quello che vedi ti parla al cuore e solo dopo molto tempo (e forse mai) inizi chiederti come avrà mai fatto il pittore a stendere quelle pennellate. Quanto detto per "Close…" vale anche per le quattro parti "And you and I" giocata a rimpiattino tra chitarra acustica e tastiere, e per la magniloquente (forse addirittura all'eccesso) "Siberian Khatru", costruzione di splendore fin abbagliante. Tutto ciò al primo ascolto, ma come ogni opera veramente importante, anche questo disco si rifiuta di rivelare di sé tutto e subito. Sono gli ascolti ripetuti che rivelano il rincorrersi e il ritornare dei temi, le loro variazioni, le loro progressioni; gli arditi ricami della batteria di Bruford; le mille soluzioni di Wakeman… E' un analisi attenta che permette di scoprire i segreti celati dal primo impatto, i tanti piccoli particolari sonori cui il digitale ha restituito evidenza e brillantezza. Sarebbe assurdo pensare di farlo oggi su un disco di oggi, ma allora certi lavori richiedevano questa attenzione, questo amore, e ripagavano con grandi emozioni. Oggi le emozioni, quando ci sono, sono più immediate e non è neanche detto che sia un male. Chissà… Ma all'inizio parlavamo anche dei difetti. Certamente la voce di Jon Anderson è tra le più glaciali della storia del rock, certamente tanta ricchezza ascoltata oggi (ma non allora, e questo la dice lunga su quello che ci propinano adesso) finisce per stordire, ma la costruzione offerta da questo disco rimane una architettura di cristallina bellezza contro cui il tempo nulla ha potuto. |