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VAN DER GRAAF GENERATOR - The Last We Can Do Is Wave To Each Other - 1970

Nei primi anni '70 i dischi mica arrivavano facilmente in tutto il mondo come oggi. Un album usciva in America e prima di vederlo in Italia (Se lo si vedeva!) potevano passare mesi. Ma i giovani di allora c'erano abituati perché i loro fratelli maggiori avevano fatto anche più fatica con il beat e il Rock'n'roll. Un disco assolutamente mitico di cui si favoleggiò per mesi era il primo album dei Vand Der Graaf Generator, gruppo progressive inglese. Di questo fantomatico Aerosol Grey Machine (del 1969) si dicevano meraviglie, ma nessuno in Italia l'aveva sentito (arrivò anni dopo). Così quando nei negozi, nel 1970, arrivò The last we can do is wave to each other, tutti si precipitarono a comprarlo: si era parlato così bene del predecessore….E fu una bella sorpresa per tutti quanti avevano sentito parlare dei Van der Graaf senza mai sentirne una nota, perché il disco era (e sarebbe sempre stato considerato) un lavoro "importante". Ancorchè assolutamente non facile. Diciamocelo: se dopo l'iniziale "Darkness" non arrivasse la tranquillizzante introduzione di "Refugees", quanti sarebbero scappati a gambe levate da questo disco? Perché "Darkness"- comunque in qualche modo la quintessenza del lavoro dei primi VDGG - possiede una tale carica di plumbea e opprimente oscurità, da cancellare qualsiasi colore l'ascoltatore abbia nella mente. E qui non si parla di grigio, quel noioso piattume con cui tanta musica mediocre annebbia la mente di chi ascolta, ma di nero, un nero che ha i toni della disperazione dei sax distorti del finale, della voce glaciale di Hammill, della ritmica incalzante e inesorabile… Quanto generazioni di gruppi dark hanno imparato da questo brano e da questo disco… che poi prosegue, magari stemperando leggermente i toni, ma sempre su una magia oscura che non lascia all'ascoltatore molti squarci di luce tranne forse la sola "Out of my book", una canzone semplice eppure "destabilizzata" da tastiere e flauto. E il finale di "After the flood" che chiude il disco dopo l'ennesima furiosa battaglia di sax, dopo che perfino la voce di Hammil viene trascinata nel gioco delle distorsioni, giunge talmente improvviso che per un attimo il silenzio ferisce le orecchie. E lascia un sapore forte in bocca. Non un sapore dolce, certo, ma un grande sapore. E l'agognato Aerosol? Beh, qualche anno dopo arrivò anche lui, ma… ragazzi che delusione!!!!!

 

VASCO ROSSI - Canzoni per me

Dura poco questo album di Vasco, solo 35 minuti, ma è un poco molto "sostanzioso", perché le canzoni sono tutte belle. Forse più semplici e meno "arrabbiate" che in passato ma per questo anche più emozionanti. Io che non ho più vent'anni (da un pezzo) vi risento molta energia e anche molte soluzioni sonore da anni '60, chissà se sono volute. La cosa che più conta è che Vasco non ha ancora iniziato a parlarsi addosso, ha ancora molta voglia di fare buona musica e pochissima di mettersi a fare canzonette. Per fortuna.

 

VILLAGE PEOPLE - The best of V.P. 1994

Polposa raccolta per uno dei gruppi più in voga nel decennio passato. Tutti i successi della gay band più alcuni remixes che riattualizzano brani che hanno fatto ballare milioni di giovani quindici anni fa nel periodo ormai dimenticato della gloriosa disco music.