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TANCARUJA - Isettande - 2001

Stanno arrivando dalla Sardegna cose di altissima qualità. Sull'isola si muovono decine di gruppi estremamente interessanti, innamorati e orgogliosi della loro terra e delle loro tradizioni, ma certo non fermi alla semplice riproposizione di un folklore da catolina fine a sè stesso. Alcuni di questi gruppi riescono anche a mettere il naso fuori, altri li aspettiamo con ansia, come le straordinarie Balentes (v. archivio), gli Andira, gli Elora. Tra quelli che si stanno facendo notare al di qua del Tirreno (e grazie all'acume e alla solerzia di etichette come la CNI) ci sono i Tancaruja, autori di un ottimo lavoro un anno fa e oggi di nuovo sul mercato con una formazione totalmente rinnovata a fianco del deus ex machina del progetto, Pino Martini. Completamente acustico, questo disco si muove con grande leggerezza e sapienza in territori sonori che sfiorano paesi, stili e atmosfere di tutto il Mediterraneo, spingendosi fino al Portogallo e al Senegal. Su tutto si muovono le splendide voci femminli (Valeria Martini degli Elora e Elena Nulchis delle Balentes, guarda un po'!) in un continuo ricamo polifonico. Bisognerà lavorare parecchio di comunicazione perché questa venga considerata "musica" e non riduttivamente "musica sarda", ma quando succederà, grandi gruppi come i Tancaruja godranno della popolarità che meritano ampiamente.

 

TERESA DE SIO - La mappa del nuovo mondo 1993

Il disco più bello di Teresa de Sio? Forse si forse no, ma certo era dai tempi dello splendido Cinderella Suite che la musicista non raggiungeva certi vertici poetici ed espressi-vi. Grandi musiche e splendidi testi in italiano cui Teresa riesce a regalare il calore e la vivacità della lingua napoletana.

 

TITO SCHIP JR. - Orfeo 9

E' stata da poco ristampata in cd dalla Warner Fonit "Orfeo 9", opera rock composta alla fine egli anni '60 da Tito Schipa Jr, figlio di uno dei più grandi tenori del '900. "Orfeo 9" prende le mosse dal mito di Orfeo, trasportando la vicenda di questo amore infelice in un contesto tipico del periodo in cui il lavoro è stato concepito e realizzato. Orfeo è un ragazzo che vive in una comune di impronta hippy ai margini di una grande città, e proprio la città, con le sue alienazioni e paranoie appare come l'inferno nel quale il protagonista perde, cerca e riperde definitivamente Euridice. Su questo impianto di base si innestano spunti e divagazioni che toccano tutte le problematiche al centro dell'attenzione in quell'immediato "post '68": la vita nella comune e il viaggio in autostop come simboli di una libertà giovanile appena conquistata, una strana bomba A (con la A racchiusa in un cerchio a richiamare fin troppo evidentemente il simbolo dell'anarchia) che terrorizza i "benpensanti" in città, le false illusioni dei paradisi artificiali, l'incomunicabilità e l'alienazione della vita cittadina contrapposta alla semplicità e alla comunione della vita in mezzo alla natura, ecc. Tutto ciò a rappresentare, oggi, il fedele specchio di un'epoca, un "documento" può dirci moltissimo su cosa fossero quegli anni cruciali e come fossero i giovani che li vivevano. Ma "Orfeo 9" è innanzi tutto un'opera musicale, di cui non vanno, comunque, trascurati due aspetti fondamentali: quello visivo e quello musicale. L'opera è nata per il teatro, quindi ne è stata realizzata una versione cinematografica. Quest'ultima è stata trasmessa a suo tempo un paio di volte dalla Rai, nei primi anni '70, prima di finire nel dimenticatoio. Lo stesso Schipa sta oggi trattandone l'acquisizione dei diritti e questo fa sperare che, almeno in home video, il lavoro possa a breve tornare a circolare. Ciò che è a disposizione di tutti oggi è il doppio cd che da trent'anni a questa parte non ha mai smesso di vendere e che, dell'Orfeo di Schipa, raccoglie le musiche. Musiche che quasi sempre hanno il pregio di porsi fuori dai generi imperanti tra gli anni '60 e '70, a raggiungere una classicità che le fa accettare ancora oggi, cosa che non si può dire di molta della produzione di quel periodo, fortemente caratterizzata da stili molto decisi e oggi molto… fuori moda. Schipa ha firmato spartiti e testi, realizzando da solo un lavoro enorme e comunque sempre di altissimo livello. Tra i musicisti impegnati nell'opera, alcuni giovani sconosciuti che poi avrebbero goduto di grandi carriere: Renato Zero è un allucinato Venditore di felicità, Loredana Bertè fa parte del Coro, il futuro dj Ronnie Jones è un bluesman perso tra i vicoli, Bill Conti (che avrebbe poi avuto fama e soldi con Rocky) cura le orchestrazioni. Recuperare oggi questo lavoro vuole dire immergersi un'atmosfera desueta (al giorno d'oggi) e sicuramente affascinante, capire un po' di più di un'epoca ricchissima di spunti culturali e sociali e fare la conoscenza con un'opera artistica comunque di grande valore, ingiustamente troppo trascurata.

 

TORI AMOS - From the choirgirl hotel

Spark è un grandissimo pezzo, tanto per cominciare, con un video che lascia per lo meno perplessi. Black-dove è forse ancora meglio, oscuro e inquietante, Iieee un piccolo capolavoro, e poi... e poi si passa da una sorpresa all'altra, da una magia all'altra. Tori è inquieta, agitata, le sue canzoni possiedono una teatralità che ricorda a tratti la migliore Kate Bush. Ci sono tante idee in questo disco che è quasi uno spreco: con tutta questa intelligenza si potrebbero fare una decina di dischi "medi" di oggi.

 

TORI AMOS - Strange little girl - 2001

Cover, Tori Amos, ne ha sempre fatte. Senza limitarsi ad una semplice reintepretazione, ma riscrivendo completamente il materiale scelto. Si trattasse dell'hard rock dei Led Zeppelin, del grunge dei Nirvana o della vecchia "Angie" dei Rolling Stones. Adesso questo album tutto dedicato a canzoni altrui. Altrui? Sì, forse lo erano originariamente, ma oggi molte di esse sono talmente stravolte da essere, ormai, canzoni "di Tori", non più di chi le aveva scritte o cantare. Il rischio, volendosi allontanare tanto dagli originali, è altissimo. Perché nella mente degli ascoltatori c'è comunque l'originale e perché inventare qualcosa di nuovo su un materiale già compiuto è impresa comunque artificiosa, un po' come andare a modificare al computer un quadro di Rembrandt cercando di fare meglio. Allora sbarazziamo il campo dagli equivoci: parliamo di "diverso", a volte di "irriconoscibile", ma non di "meglio". Allora vi piaceranno la versione sussurrata di "'97 Bonnie & Clyde" di Eminem, la tempesta elettrica di "Heart of gold" di Neyl Young, i 10 minuti della beatlesiana "Hapines is a warm gun", l'atmosfera pesantissima di quella "I'm not in love" che i Ten CC avevano fatto diventare un hit pop? Mah... se vi piacciono le atmosfere rarefatte e un po' lugubri, questo è il vostro disco, ma è comunque un disco difficile, che alla leggerezza non concede niente. Un disco importante, tuttavia, che ribadisce la grandezza e il coraggio artistico della Amos.

 

TORI AMOS - Under the pink 1994

Continuano ad arrivare ottime notizie dal panorama della musica d'autore al femminile: Tori Amos, dopo le confortanti prove di Aimee Mann, Jann Arden, Shawn Colvin, Mariah Carey, ci regala questo suo secondo bellissimo album, ricchissimo di idee nuove e vincenti e quindi svincolato dall'usato stereotipo alla joni Mitchell. Un'oasi di pace per orecchie, di questi tempi troppo provate da rap, metal, grunge ed altri fragori.

 

TOTO - Live 1993

Primo live ufficiale per i Toto. E' un peccato che arrivi dopo la scomparsa del grande Jeff Porcaro che del gruppo era stato uno dei fondatori, ma se non la formazione storica, il doppio album ci propone almeno tutte le canzoni che hanno costituito la vicenda della band americana. Lasciano inspiegabilmente piuttosto a desiderare le informazioni relatve ai dati tecnici e la qualità della registrazione.

 

TRAFFIC - Far from home 1994

Si riformano i cari vecchi Traffic, ma in questo disco gli echi di John Barleycorn o When the eagle flies sono deboli deboli, quasi spenti. Forse è meglio così: la voce di Win-wood è sempre quella e forse questo è l'unico aggancio col passato che musicisti seri possono pensare di concedersi. Per il resto, un pugno di brani di grande livello per non smentire un marchio di fabbrica che è una garanzia.

 

TRAFFIC - John Barleycorn must die - 1970

Per parlare dei Traffic bisognerebbe iniziare da un musicista fantastico come Steve Winwood. Pluristrumentista e ottimo compositore, a quindici (15!) anni aveva fatto le fortune dello Spencer Davis Group con hit immortali come "Gimme some lovin'" o "I'ma a man" e a 17, lasciato con una mossa a sorpresa lo Spencer all'apice del successo, aveva fondato i Traffic. I primi Traffic, quelli del periodo 1967-1969, pasticciavano in maniera geniale con folk, psichedelia, rock e blues, una miscela che aveva procurato credito e un discreto successo, ma alla fine del decennio, con un altro colpo di testa, Winwood aveva fatto di nuovo le valige. Ed eccoci al 1970: Winwood decide di registrare il primo album solista, chiama un po' di vecchi amici (gli ex Traffic Chris Wood e Jim Capaldi, innanzi tutto) e inizia a buttare giù un po' di cose per un album intitolato "Mad shadows". Poi, ad un certo punto, si deve essere guardato intorno accorgendosi della cosa più evidente: la band che stava dando vita a brani che sarebbero rimasti nella storia del rock (anche se questo ancora non lo sapeva), altro non era che i vecchi Traffic. E allora, quello che doveva essere il primo album da solista di Winwood divenne semplicemente l'album del ritorno di uno dei gruppi più interessanti, stimolanti e creativi degli anni '70: "John Barleycorn must die".Anche se l'album finì quindi per essere accreditato al gruppo è innegabile che la personalità di Winwood lo domini dall'inizio alla fine. Steve suona molti strumenti, si occupa delle parti cantate e firma tutti i brani. Brani che fondono meravigliosamente soul e folk, tentazioni jazzistiche e reminiscenze beat, scovando chissà dove line melodiche, riff e ritmi in grado di incollarsi per sempre alla menti di chi ascolta (non a casa l'album fornì materiale per migliaia di sigle, stacchi, e jingles). Alla sua uscita, nel 1970, si parlò di progressive, del resto il periodo era quello, ma siamo molto lontani dalle atmosfere sognanti e fiabesche dei primi Genesis, dei Gentle Giant o dei King Crimson: qui la musica è saldamente ancorata a terra, è carnale, concreta, sfugge a qualsiasi leziosità, in alcuni casi il suono è volutamente (ed efficacemente) sobrio (si ascolti la celeberrima ballata "John Barleycorn"). Tuttavia l'album può essere considerato un disco di rock progressivo, se con questa definizione si intende una musica che sfugga a particolari schemi e a sintassi precostituite, una musica in grado di mettere in imbarazzo qualsiasi negoziante di dischi nel momento di sceglierle uno scaffale. Jazz? Jazzrock? Rock? Folkrock? Soul bianco? Va a sapere... Quello che gli anni successivi avrebbero fatto capire è che in questo disco Winwood era comunque riuscito a raggiungere la quadratura del cerchio del proprio mondo musicale e che la sua musica non sarebbe mai stata più grande di così. I Traffic vivranno alcuni altri momenti di alto livello (in particolare l'ottimo canto del cigno di "When the eagle fly") ma, dopo, Winwood finirà per logorare gradatamente un talento immenso forse sbocciato troppo presto e troppo presto sfumato.

 

TRAVIS - The invisible band

Ecco qualcuno convinto che per fare del pop non sia necessario a) fare necessariamente ballare b) adottare ritmi latini c) avere una faccia carina e un corpo da esibire con meno veli possibile. Probabilmente questi Travis sono convinti che la cosa fondamentale sia fare buone canzoni e le loro sono semplicemente buone canzoni, serenamente pacate, tese a raccontare qualcosa di semplice e importante. Sarà per questo che tutti parlano della "band invisibile" e questo disco viaggia alto nelle classifiche… Una bella lezione per quanti confezionano (probabili) hits a tavolino mischiando a) i soliti groove danzerecci b) i soliti ritmi latini c) tette culi e sorrisi da copertina

 

TULLIO FERRO - Il giorno di un giorno

Tullio Ferro ne avrà anche le tasche piene dell'essere ricordato solo come "quello che ha scritto "Vita spericolata" per Vasco o "Washington" per Dalla" (tra le altre). Tuttavia non è con album come questo (o come il precedente, splendido, "Nodo d'acqua") che guadagnerà popolarità presso il grande pubblico. Perché questo è un disco incredibilmente… adulto e da adulti. Questa canzoni da pomeriggio di pioggia, profumate di jazz (da brividi l'armonica di Angelo Adamo), liriche, intense e rarefatte, piaceranno da morire a chi ha amato Ciampi, il primo Paolo Conte, magari il primissimo de Gregori, ma certo non a orecchie avvezze a Ricky Martin e ai suoni che oggi "vanno". Peccato