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SAINT JUST- La casa del lago

Confesso che il motivo per cui per quasi trent'anni non ho comprato questo disco dei Saint Just è tra i più stupidi: in confronto alla splendida copertina del loro primo amatissimo album, questa mi sembrava (e continua a sembrarmi) orribile. Temevo che con la magia di quell'immagine quasi onirica, fosse svanita anche la magia della musica. Ho rimediato ora, accorgendomi che quell'intuizione (fondata sull'istinto, certo non sulla ragione) era, ahimè, giusta. Questo è un disco nel quale il gruppo di Jane Sorrenti non aveva, evidentemente, più nulla da dire e da dare. Le canzoni sono tutte costruite da quattro accordi su cui si muove una linea melodica incertissima, fatta più dai vocalizzi della Sorrenti che a volte ("Messicano") arrivano ad essere forzati e fastidiosi. La voce è missata sotto gli strumenti e questo rende inafferrabili i testi (e questo non è detto sia un male, vista l'insipienza delle liriche). I finali si allungano senza alcun motivo nella ripetizione di un giro armonico che ormai ha già detto tutto quello che aveva da dire. Niente rimane delle atmosfere sognanti, stranianti e continuamente mutevoli del primo album, se non una fredda esteriorità fatta dall'uso di strumenti acustici e dal continuo urlare e urlare e urlare di Jane. Un lavoro come questo spiega abbondantemente la fine del gruppo: meglio tacere quando non si ha più niente da dire.

 

SANTANA - Santana - 1993

Non è cambiata di molto la musica di Santana negli ultimi vent'anni. A parte una breve e creativa parentesi mistica il suo percorso artistico, tra inevitabili alti e bassi creativi, non ha subito grosse svolte. Ce ne rendiamo conto a-scoltando questo live che accosta senza stridore la produzione più recente a brani oramai storici (Oye Como Va, Soul Sacrifice, Samba Pati...). Chitarra in primo piano ma anche grande spazio al gruppo al servizio di musica che possiede sempre il dono di saper trascinare.

 

SANTANA - Caravanserai -1972

Santana era letteralmente esploso solo pochi anni prima: l'esibizione a Woodstock (del '69) e subito dopo tre album infuocati (venduti a milioni di copie) avevano fatto del chitarrista e della sua band delle star mondiali. Ma chi si aspettava ancora cavalcate selvagge a cavallo di una chitarra lanciata tra musica latina, blues e rock, dovette fare i conti con un Carlos Santana completamente cambiato. Il musicista messicano aveva scoperto la spiritualità orientale, aveva tagliato i capelli, cambiato nome (in Devadip) e soprattutto guardato dentro di sé. "Caravanserai" del 1972 rappresenta il primo passo in questo nuovo percorso che, in maniera più o meno evidente, il chitarrista avrebbe proseguito per tutta la vita. Qua la furia sciamanica di "Soul Sacrific" diventa meditazione, i suoni della giungla diventano i silenzi del deserto (e per capire come sia possibile esprimere in musica un silenzio, si ascolti l'introduttiva "Eternal caravan of reincarnation"), la carnalità latin-rock diventa spiritualità… Un noioso album proto-new age, dunque? Oh, no! In questo disco c'è rock, c'è jazz, la musica latina incontra mille altre suggestioni e se ne arricchisce. C'è una grande tensione musicale, oltre che spirituale, che tiene sempre altissimo il livello del lavoro. E' un album straordinariamente intenso, questo, magari non "fisico" come "Abraxas o "Santana", ma sicuramente molto più emozionante per come il suo sottile misticismo riesce a raggiungere l'ascoltatore che vi si accosti con un minimo di attenzione.

 

SARAH JANE MORRIS - Fallen angel

Sarah Jane Morris ha vinto un Sanremo, qualche anno fa, in coppia con Cocciante, ma "questa" Morris ha poco a che vedere con "quella". Abbandonato il pop-soul bianco patinato di qualche anno fa, questa nera incidentalmente dalla pelle bianca, decide di graffiare a fondo realizzando 50 minuti di musica dura e affascinante, varia, intelligente, in qualche modo, incredibilmente... adulta. Mi fa pensare ad una Alanis dalla pelle scura, ma Sarah Jane ha la pelle bianca. Chissà perchè.

 

SEAL - Human being

Veramente bellissimo questo nuovo album di Seal che sfugge assolutamente ad ogni etichetta. A volte è soul, a volte è easy listening di altissimo livello, a volte avvicina addirittura echi di progressive "anni 70". Musica comunque richissima, emozionante, piena di idee e di creatività, se Dio vuole, del tutto fuori dagli angusti schemi imposti dalla pop music di fine secolo. E una voce che è una delle più belle ed emozionanti degli ultimi anni.

 

SEMISONIC - All about chemistry

In qualche modo, la copertina ironicamente tecnologica trae in inganno. Qua ci sono più chitarre che campionatori, e più batteria che drum machine, il che non è certo un male. Certo, le canzoni non sono tutte da storia del rock, ma forse non si può neanche pretendere. Insomma, un album che si ascolta bene ma che non lascia un gran ricordo di sé. E' un problema di personalità e di genio compositivo che, come si sa, non si compra al supermercato.

 

SEX PISTOLS - Never Mind the bollocks - 1977

A forza di cantare di folletti e boschi incantati, il rock degli anni '70 si era sollevato tanto da terra da aver perso di vista la realtà delle cose. A forza di arabescare gli spartiti aveva finito per perdere la potenza e l'immediatezza che vent'anni prima l'avevano fatto nascere e diventare la "cosa" più amata dai giovani di tutto il mondo. Attorno alla metà del decennio in America come in Inghilterra una generazione di giovani musicisti decise che era il caso di tornare a terra e, vedendo quello che la nuda terra mostrava, di cantarlo. Non era un bello spettacolo, quello che si vedeva mettendo il naso fuori: città marce, disoccupazione, nessuna speranza e nessun futuro per i giovani, un panorama culturale agonizzante, alcol e droga come uniche vie di fuga…. Quando vivi in una prigione, la prima cosa da fare è distruggerla e quello che fece il punk fu essenzialmente di distruggere. E quello che lasciarono al loro passaggio fu terra bruciata, e niente, dopo di loro fu più lo stesso. Musicalmente il punk era (ed è) poca cosa, ma rappresenta, nella sua energia (auto)distruttiva la vera essenza del rock, il cuore da cui ripartire e su cui costruire. Se un merito il punk l'ebbe, fu di ritrovare quel cuore e mostrare che ancora batteva. Per farlo, bruciare tutto quello che gli stava intorno era probabilmente necessario.Così le canzoni di "Never mind the bollocks", uno degli album-manifesto di uno dei gruppi-simbolo del punk sono piccole, devastanti bombe al napalm musicale. Giusto quattro accordi, urla belluine, testi minimali, violenza verbale e musicale: qui non c'è altro, ma per i giovani di allora questo era più che sufficiente per tornare ad identificarsi con un cantante o un gruppo, per tornare a credere che gente come loro, e non quei fighetti della Charthouse School, cantassero le cose che loro stessi vivevano. Tutto ciò comunque era troppo fragile, troppo musicalmente povero perché potesse durare. Quella roba non sarebbe durata, non in quella forma, neppure se non avessero provveduto ad affossarla establishment e manager arraffoni. Però ebbe il merito di dare uno scossone violento ad un panorama musicale che realmente si stava addormentando di un sonno troppo simile alla morte. Di lì, da dischi come questo, si ripartì (ma ci vollero musicisti veri per farlo) ma niente di quello che nel bene o nel male è successo dalla fine degli anni '70 in poi, sarebbe successo senza le pernacchie alla regina di "God save the queen", il nichilismo di "Anarchy in UK" e gli sberleffi di "EMI", per questo, alla fine, a Rotten, Vicious e compagni, ci tocca essere grati.

 

SIMPLE MINDS - Néapolis

Non cambia di una virgola la musica dei Simple Minds. E del resto non so chi la vorrebbe diversa da quella che è. Il gruppo di Jim Kerr e compagni è probabilmente l'unico riuscito ad approdare agli anni '90 dopo le stagioni felici del decennio precedente e, seppure con un successo molto minore, continua a fare la musica con la quale era diventato famoso.Certo, ascoltate oggi, le canzoni di Néapolis risultano decisamente in controtendenza rispetto al panorama musicale, ma questo potrebbe essere decisamente un pregio per chi rifiuta l'omologazione supina a quello che "oggi va". Solo, gradiremmo alquanto dai Simple Minds un colpo di genio (sempre ne siano ancora capaci), un lampo di novità, una scintilla, chè sennò la coerenza supina ad uno stile rischia seriamente di divenire noia.

 

SIMPLY RED - Blue

Ci sono dei pro e dei contro a fare dischi tutti assolutamente identici: non si deludono i fans più pigri, ma si scontentano quelli che, nel rispetto di una linea stilistica, vorrebbero anche qualche idea nuova. Evidentemente Mick Hucknal pensa che i primi siano più numerosi dei secondi. Purtroppo per lui, però, noi apparteniamo ai secondi.

 

SOTTOTONO - Sotto lo stesso effetto

I Sottotono cercano assai lodevolmente di distinguersi nel panorama rap italiano (cosa che dovrebbero cercare di fare un po' tutti). In questo album fanno un bel passo avanti trovando un modo meno convenzionale di rimare, argomenti meno scontati di cui parlare e suoni meno convenzionali su cui appoggiare i loro versi. Tutto molto buono, a volte decisamente... nuovo. E' grazie anche a dischi come questi che l'hip hop italiano progredisce continuamente.

 

STADIO - Ballate tra cielo e mare

Non è proprio una raccolta: piuttosto un album a tema. Curreri e soci hanno qui raccolto le loro più belle canzoni d'amore (riarrangiate e reinterpretate) e tre inediti. Un'operazione simile a quella effettuata anni fa dal gruppo sul loro materiale scritto per il cinema: un buon modo per ripercorrere trasversalmente la propria produzione senza ricorrere al solito scontato gratest hits. Bella idea.

 

STADIO - Il canto delle pellicole

Non sono mica stati tanti, in Italia, i gruppi rock che hanno dedicato parte dei loro sforzi creativi al cinema. Ricordiamo i Goblin (in realtà nati proprio in funzione della pellicola), gli Osanna di Milano calibro 9, il Banco di Garofano Rosso... Poco altro. Gli Stadio, invece, al cinema vanno volentieri. Hanno sposato il grande schermo ai tempi del Borotalco di Verdone passando poi agli sceneggiati tv in tempi più recenti (le serie di I ragazzi del muretto). Alcune canzoni sono state adottate da qualche regista "a posteriori", altre sono state scritte espressamente per le immagini. Insomma, per un motivo o per l'altro Curreri e soci con telecamere e cineprese si sono sempre trovati bene. Questo album documenta tutto ciò. In parte si tratta di un atto d'amore verso il cinema (e la tv), in parte di una sorta di raccolta di successi. E come sempre in quest'ultimo caso, la compilazione gode della presenza di un paio di inediti: Le cose che contano (I ragazzi del muretto n. 3) e La fontana di Alice (dal film Stasera a casa di Alice). Lodevolissima la scelta di contenere il costo del cd: solo 20.000 lire. Ma a questo punto una domanda: se lo fanno gli Stadio perché non tutti gli altri?

 

STADIO - Stadio Mobile 1993

Nè rock, nè pop, nè impegnati, nè disimpegnati... Per anni la critica non ha saputo che pesci pigliare con gli Stadio. Invece loro rappresentavano la... terza via della musica i-taliana. Loro lo sapevano e, per fortuna, hanno resistito a delusioni e incomprensioni. Il risultato di oggi è un meritatissimo successo figlio di una bravura che questo imperdibile live mette pienamente in luce.

 

STEREO Mc's - Deep down & dirty

Tornano nove anni dopo, gli Stero Mc's, e ricominciano da dove ci avevano lasciato, da quella dance che non è solamente dance e da quell'hip hop che non è solamente hip hop. Da quel mondo un po' a parte e un po' veramente a portata di mano fatto da una musica buona per ballare o per assordarsi in macchina, per andare a Riccione in una mattina assolata o percorrere, di notte, qualche interminabile highway. Sempre comunque a volume molto alto. Cosa avranno fatto Coffey e compagni in questi lunghi anni d'assenza?

 

STEROPHONICS - Just enough education to perform

Alla fine, tutto si riduce alla capacità di scrivere "belle canzoni". Il problema è come si acquisisce tale capacità. Una cosa è sicura: i tre Stereophonics hanno a casa una bella collezione di dischi e li hanno ascoltati abbastanza da poterne assimilare e riproporre l'essenza. In questo album c'è un bel po' di rock anni '70, tutto il pop che serve e non un granello di più e anche un po' di country per dare un sapore "strano" al tutto. Poi citazioni e riferimenti vari. Già, nessuno "nasce imparato" e gli Stereophonics devono aver studiato un bel po'. Il risultato è sotto le orecchi di tutti: un sacco di "belle canzoni". E ad un gruppo rock, alla fine, non si chiede altro.

 

STEVIE NICKS - Trouble in Shangri-la - 2001

Suona come un vecchio amico, questo album, per chi gli anni ruggenti e i vecchi leoni della West Coast li ha visti passare: Eagles, Jackson Browne, James Taylor, Carole King e naturalmente i Fleetwood Mac dalle cui fila la Nicks proviene. E' un bell'ascoltare, soprattutto in considerazione del fatto che le ultime prove di cantante e gruppo non avevano sicuramente suscitato grandi entusiasmi. Ma sarà perché qui, per l'occasione, si sono date appuntamento vecchie pellacce come Tom Petty e nuove splendide star come Sheryl Crow, Sarah MacLachlan o Macy Gray, ma il risultato è una musica che riscalda il cuore dei nostalgici e forse suscita qualche brivido nei neofiti. Il massimo, dunque, per una cantante che credevamo ormai irretita da una nostalgia che iniziava a puzzare di vecchio.

 

STEVIE WONDER- Songs in the key of life - 1976

A otto anni Stevie Wonder suonava già diversi strumenti, a dodici era una stella della Motown, all'inizio degli anni '70 aveva già inciso 15 album. Nel '72 aveva avuto un successo clamoroso con "Superstition" (a proposito mai sentito la strepitosa versione di Jeff Beck?) e con "You are the sunshine of my life" bissato l'anno dopo con "Living for the city". Questo "Songs in the key of life" del '76, quindi, non doveva certo arrivare di sorpresa, invece prese tutti in contropiede. Un grande pezzo ad album è più o meno nella norma, due sono già un'eccezione, ma questo doppio album era tutto composto da brani incredibili. "Isn't she lovely", "Sir Duke", "I wish", "Village ghetto land", "Pastime paradise", "Black man", "Joy inside my tears", "As"… Quasi troppa roba. Wonder suona le tastiere, la batteria e regala brividi all'armonica (il finale di "Isn't she lovely" è passato alla storia), arrangia e produce. Miscela con sapienza infinita funky, soul, tentazioni jazz e un pizzico di pop di alta classe, testi di denuncia e dichiarazioni d'amore. Non è un caso che molte delle canzoni di questo disco siano spesso ascoltate anche oggi, altre siano diventate la base di rielaborazioni hip hop, segno di una modernità che ignora il passare del tempo e delle mode. Dopo questo album, e confortati dalle prove che l'avevano precedute, nessuno pensava che la carriera del musicista avrebbe conosciuto di lì a poco un inspiegabile declino. Invece così successe. Il successivo, "Journey in the secret life of plants", sarebbe stato ancora un doppio album di grande, splendida complessità, un lavoro, quindi anni luce lontano, pur nella sua bellezza, dalla geniale semplicità delle "Canzoni in chiave di vita". E i dischi che sarebbero seguiti, sempre più radi, non avrebbero mai più toccato quei vertici.

 

STROKES -Is this it - RCA - 2001

Se pensate che gli Oasis non siano altro che una cover band dei Beatles, e che i Suede altro non siano che una cover band di David Bowie, allora sicuramente questi Strokes non potranno che sembrarvi dei cloni dei Velvet Underground. Se foste meno acidi, potreste invece pensare che, probabilmente, chi nasce e cresce a New York difficilmente riesce a liberarsi da imprescindibili modelli quali Television, Blondie, Iggy Pop, Stooges e, appunto, Velvet. Tutta roba di cui questo disco è pieno. La critica inglese si è spellata le mani, per dire, i teenager hanno gradito, ma può darsi che qualche ultratrentenne continui a preferire gli originali… In ogni caso le canzoni "ci sono", probabilmente con un po' più di coraggio gli Strokes, già evitato l'inferno delle cover band, riusciranno a liberarsi dal limbo delle tribute band per approdare al paradiso dei gruppi attenti al passato ma più interessati al futuro.

 

SUBSONICA - Coi piedi sul palco

Partiamo dal presupposto che i Subsonica sono dei grandi. Il loro album, uscito più di un anno fa ha fatto gridare da più parti al miracolo. Adesso ritornano con questo cd singolo (che comunque dura 36 minuti!!!) che contiene alcune chicche imperdibili. La prima è il medley tra il loro hit "Cose che non ho" e la sigla del celeberrimo "Daitarn III" poi c'è uno splendido inedito chiamato "Ancora ad odiare" e la versione senza Antonella Ruggiero di "Per un'ora d'amore" In più altri tre brani del loro repertorio tutti in una rigorosa dimensione live. Come direbbe Mina, grandi, grandi, grandi!!!!

 

SUPERTRAMP - It was the best of time

Inaspettatamente ecco un doppio live dei vecchi Supertramp, una band che nei tardi anni '70 è stata una vera fucina di hit. L'album raccoglie brani da leggenda come "Breakfast in America", "Take the long way home", "The logical song" o "Crime of teh century" accanto a quelli dell'ultimo periodo della band, un periodo non altrettanto esaltante. Il suono è sempre quello, inconfondibile, e lo smalto non sembra perso più di tanto. E francamente queste canzoni sembrano veramente ancora belle.

 

SUPERTRAMP - Breakfast in america - 1977

Nei beati anni settanta delle Controcanzonissimee dei festival alternativi, si faceva una distinzione drastica tra musica commerciale e musica impegnata. Considerando la prima come il peggio che potesse finire in un disco e la seconda come il meglio. Questo comportava il curioso ribaltamento per cui la musica che vendeva faceva necessariamente schifo e quella che non vendeva era "per forza" buona (come se non fosse possibile che ci fosse musica che nessuno comprava semplicemente perché brutta). Era una convinzione su cui si è appoggiata la critica pop (e di conseguenza i lettori) per diversi anni. E mentre venivano osannate alcune ciofeche assolute che potevano gloriarsi solo del fatto di aver venduto 10 copie, altri eccellenti album furono mal giudicati semplicemente perché macchiatisi della colpa di aver venduto molto: "Dark side of the moon", ad esempio: anche se all'album fu imputato il "tradimento" di molti dei presupposti floydiani dell'epoca-Barrett, sicuramente il fatto di aver venduto milioni di copie aggravò la sua situazione …La cosa durò per un pezzo, poi le distinzioni assolute tra musica commerciale e musica impegnata si vennero affievolendo e, contestualmente, si iniziò a pensare che poteva essere possibile fare canzoni in grado di dominare le classifiche, ma anche di ottimo livello qualitativo. Una spinta decisiva in questa direzione la diede un album della seconda metà del decennio che rappresenta, assieme a "Thriller" di Michael Jackson, al citato "Dark side" e a pochi altri, la sintesi perfetta fra commercialmente e artisticamente valido: "Brakfast in America" dei Supertramp.Supertramp che, innanzitutto, non potevano vantare nessuna credibilità in ambito rock. Nati solo grazie ai corposi finanziamenti di un fan miliardario, per almeno un decennio avevano collezionato dischi invenduti e concerti schivati dal pubblico come la peste, poi improvvisamente eccoli in testa alle classifiche con il quarto album ("Crime of the century) e un paio di singoli ("Dreamer", "Bloody well right"). Il tutto liquidato come "robaccia commerciale" dalla critica militante. Ma qualcosa si stava muovendo: quando nel '77 uscì "Breakfast", la faccenda non potè essere liquidata semplicemente facendo spallucce e mettendo sul piatto i Popol Vuh: il disco vende a milioni, ma, accidenti, che grandi canzoni contiene! Raramente in un album si erano sentite tante idee e tanto buone: alla fine bisognò ammetterlo: "The logical song", "Take the long way home", "Goodbye stranger"e le altre riuscivano a condensare in maniera perfetta certo rock pomposo made in USA (ma senza eccedere mai) e certo pop britannico e brillante, il tutto in una chiave vagamente progressive che tendeva a dilatare i brani e a dare spazio agli strumenti… roba veramente buona: ascoltatela ora, funziona ancora! Ma sono equilibri difficili da trovare, questi, e impossibili da mantenere: nè Rick Davies e Roger Hodgson riuscirono nell'impresa. Realizzare un solo album a questo livello doveva bastare alle loro carriere: se ne consolarono guardando il conto in banca e pensando a quanti colleghi un'impresa del genere non sarebbe riuscita in tutta la vita.

 

SYRIA - Station wagon

Syria è cresciuta. I vent'anni hanno fatto esplodere tutta la sua bellezza ed una voce più decisa. Peccato che ad una crescita fisica non corrisponda anche una crescita a livello musicale. Dopo i successi ottenuti al festival di Sanremo, il suo produttore, il celeberrimo Claudio Mattone, ha deciso di giocare la carta della canzone d'autore. In questo disco ci sono ottimi brani scritti da Cristiano De Andrè, Mariella Nava, Gatto Panceri (suo il brano che dà il titolo all'album). Ma Syria continua a rimanere senza personalità: senza aver la possibilità di sfogare la grinta che le appartiene, ma allo stesso tempo senza avere la credibilità (anche a causa della giovane età) che hanno altre dive della canzone italiana.