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QUINCY JONES - From Q with love Il disco è nuovo, ma lui, Quincy, è un vecchio mito. Basti pensare che questa canzoni coprono un arco di 32 anni. Sono canzoni che Jones ha scritto, prodotto, arrangiato o cantato. E qui vengono riproposte con la collaborazione dei grandi artisti che il musicista ha avuto al suo fianco in tutto questo tempo: da Michael Jackson a Frank Sinatra, da Barry White ad Aretha Franklin, da George Benson a Naomi Campbell a Sara Vaughan. Un'autentica libidine per le orecchie!
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R.E.M. - Reveal E' un disco solare, questo. Per una volta nella storia della band non è il frutto di una qualche crisi e si sente: le canzoni sono rilassate e tranquille e abbondano le ballate. La melodia domina sul ritmo e le chitarre dominano sulle tastiere e questo riporta il suono del gruppo un po' alle sue origini. Non si tratta, comunque, di un brusco salto all'indietro: alla fine i R.E.M. sono sempre, coerentemente, quelli. Magari qualche sorpresa in più sarebbe gradita, ma per chi vuole andare sul sicuro, va bene anche così.
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RADICANTO - Terra arsa - 2001 Quanto rispetto e quanta attenzione c'è in questa rilettura, da parte dei Radicanto, della tradizione musicale del sud Italia! C'è chi di antichi canti napoletani fa sambe e rock'n'roll, e chi invece cerca di sposarvi, con infinita cautela, sonorità e climi attuali. Questo tipo di approccio porta al risultati di rendere più fruibile un patrimonio musicale immenso, senza snaturarne minimamente le atmosfere e i presupposti originali. Questi disco, quindi, rappresenta innanzitutto un'operazione culturale splendidamente riuscita, ma anche (e questo non è assolutamente da trascurare) un prodotto musicale estremamente godibile.
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RENATO ZERO - Amore dopo amore Non cambia mica tanto la ricetta con cui Renato Zero, dopo molti anni lontano dal grande successo, è riuscito a rientrare nelle grazie del grosso pubblico: buona melodia, discreti testi, arrangiamenti di classe... Tutto ciò che fa di Renato un perfetto prodotto pop. Cosa che certo non si poteva dire del Renato Zero di No mamma no o Inventi. Ma i tempi passano e forse è legittimo, per un personaggio che in quasi mezzo secolo di vita e in quasi 30 di carriera le ha proprio viste tutte, non avere più voglia di scagliarsi contro i mulini. Certo, leoni si nasce, ma a volte non si ha voglia di sfoderare gli artigli, e per la rabbia residua (che non manca comunque mai) ci si accontenta di qualche ruggito. Anche se, si sa, leon che ruggisce non morde.
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RENATO ZERO - EroZero - 1979 Il 1979 rappresenta l'anno della definitiva consacrazione di Renato Zero. E questo album ne è il motivo. Dopo inizi stentati e coraggiosi, dopo che solo l'ostinazione di questo borgataro preso a sassate per il suo modo di vivere l'aveva tratto dall'anonimato, dopo che con due dischi eccellenti come "Trapezio" e soprattutto "Zerofobia" aveva precisato un proprio riconoscibile stile, con "EroZero" Renato passò alla cassa.I "sorcini" esistono già ed sono una truppa che va ingrossandosi di giorno in giorno: c'è solo da mantenere questo patrimonio di consensi con un disco che sia condiscendente con il grande pubblico che sta arrivando, ma che non tradisca quanti avevano apprezzato il coraggio di "No mamma no" e "Invezioni". Mica una cosa semplice. Dopo il successo di "Zerofobia" e "Zerolandia", nessuno pensa più al musicista come a un personaggio che di veste di lustrini e paillettes per "fare colpo", che fa il verso a David Bowie o ad Alice Cooper: i suoi fans vedono lui quello che c'è oltre la maschera e i trucchi ed eleggono Zero come punto di riferimento, non solo artistico, ma anche e soprattutto umano. Gli adolescenti italiani, che non si riconoscono più nei cantautori storici degli anni '60, né in quelli politicizzati degli anni '70, si trovano in perfetta sintonia con la retorica di Fiacchini. Una retorica dei buoni sentimenti che negli anni successivi avrebbe conosciuto anche clamorose cadute nello stucchevole, ma che in quel momento funziona. E funziona per un motivo semplicissimo: chi ama Renato Zero "sente" perfettamente che lui, in quello che canta ci crede davvero! Il trionfo del buonismo? Il trionfo del privato sul pubblico? (allora su questo il dibattito era acceso), carrettate di sentimentalismo a basso prezzo? Non possiamo giudicare con gli occhi di oggi: il 15-16 enne della fine degli anni '70 sentiva attraverso il tg dell'assassinio di Moro e degli omicidi delle BR, in casa si tirava la cinghia per via dell'austerity, musicalmente veniva investito dal nichilismo distruttivo del punk: aveva bisogno di un'oasi, di un mare tranquillo, di qualcuno che gli dicesse che una possibilità, in fondo, poteva esserci. Non credo che Renato Zero abbia capito tutto questo e freddamente abbia deciso di dare ai ragazzini quello di cui avevano bisogno: sarò un buonista anch'io, ma preferisco pensare che lui fosse semplicemente la persona giusta al momento giusto e che le cose in cui credeva e che diceva, per combinazione, fossero quelle che i ragazzi volevano sentirsi dire. "Bella la vita!" canta ne "Il carrozzone", sostenendo: "I giovani non sempre credono nella vita, ma quando usciranno dalla mia tenda grideranno, me lo auguro, "Viva la vita". Roba che suona retorica solo se non accompagnata dalla sincerità che Zero allora indubbiamente esprimeva.In un modo o nell'altro, il disco fu un successo clamoroso, trainato dal primo posto lungamente mantenuto da un singolo, "Il carrozzone"/"Il baratto", del quale (al pari solo di certi 45 giri di Battisti o dei Beatles) non si capì mai quale fosse la facciata A e quale il retro. E trainato da alcuni slogan che rimarranno sempre legati al personaggio Renato Zero: "Il tuo destino non è nella ruota, ma nelle tue mani" ("La tua idea"), "Questo corpo è fragile,/ la mente no!" ("Arrendermi mai"), "Meglio fingersi acrobati che sentirsi dei nani" ("La tua idea"), "Bella la vita!" ("Il carrozzone")…Ma se gli anni 70 finivano in trionfo (e in trionfo cominceranno anche gli anni '80 con i successi di "Niente trucco stasera" e "Amico" dall'album "Tregua), per molti anni, dopo, Renato Zero conoscerà inaspettatamente una crisi profonda di seguito e vendite che inizierà a vedere la fine solo attorno alla metà degli anni '90, prima con "L'imperfetto", poi, soprattutto con lo splendido "Amore dopo amore". Ma allora trucchi e vestiti stravaganti saranno già andati in soffitta, non così la sincerità a volte discussa a volte discutibile di Zero.
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RICCARDO COCCIANTE - Concerto per Margherita - 1976 Nel 1976, Cocciante aveva già piazzato diversi buoni colpi i classifica. Si era fatto notare con "poesia", aveva già sfondato con "Bella senz'anima", aveva avuto grande successo con "L'alba" e "Quando finisce un amore", ma quelle canzoni, in qualche modo avevano costruito un cliché. Un cliché nel quale lui, artista comunque di notevole spessore, sei sentiva maledettamente stretto. Cocciante l'arrabbiato, Cocciante quello che urla, quello che fa canzoni tutte uguali che partono piano piano e finiscono forte forte…Tutto ciò era in parte vero, se pensiamo alle caratteristiche dei suoi brani da classifica, ma certamente non rappresentava tutto quello che Cocciante sentiva di essere (come avrebbe abbondantemente dimostrato nei decenni a venire). Per uscire da questa gabbia che rischiava di imprigionarlo definitivamente, il cantautore di Saigon, ricorse ad un'operazione che, sulla carta, gli avrebbe permesso di esprimersi compiutamente. Non una semplice raccolta di canzoni, ma un'opera complessa, dal tema unico, articolata in vari movimenti (i singoli brani). Negli anni '70, gli album concept (così si chiamavano i lavori di questo tipo) erano abbastanza usuali. Soprattutto i gruppi di rock progressivo che sentivano di non potersi esprimere compiutamente nei 4 minuti canonici di una singola canzone, adottavano quasi solo questa soluzione. Ma è pure evidente come sia molto più difficile scrivere un brano di 40 minuti piuttosto che uno di 4 e non a caso, moltissimi di questi dischi così concepiti risultarono prolissi, annacquati, con poche idee talmente diluite da scomparire nel nulla. Si trattava quindi di un'operazione che presentava i suoi rischi, ma alla quale Cocciante si accinse forte di alcune certezze. Intanto quella di essere un musicista in grado di scrivere musica piuttosto buona e quindi di poter gestire al meglio il lavoro, poi di avere con sè un paroliere con il quale era in perfetta sintonia (Marco Luberti), infine di avere assoldato, per "rivestire" la sua musica dei suoni migliori, uno dei più grandi arrangiatori in circolazione: l'ex Aphrodite's Child Vangelis Papathanassiou.Non è che i buoni presupposti facciano automaticamente un buon risultato (magari!), ma questa volta la ciambella riuscì proprio col buco."Concerto per Margherita", al di là di qualche ridondanza e di qualche ingenuità, rappresenta tutt'ora uno dei momenti migliori della discografia italiana della metà degli anni '70. Musicalmente è album molto vario (la qual cosa si deve alla bravura di Vangelis che seppe arricchire senza soffocare gli spartiti di Cocciante). Quasi non cantautorale - per questa ricchezza - se si pensa che fino a quel momento la produzione dei cantautori era tipicamente caratterizzata da una pochezza musicale quasi disarmante. Dal punto di vista letterario, accanto a qualche momento eccessivamente retorico, queste canzoni mettono in luce anche spunti di un certo livello poetico. A cominciare dalla canzone più famosa del disco che richiese una gestazione lunghissima ma che poi, sbloccatasi improvvisamente con l' intuizione dei primi due versi ("io non posso stare fermo con le mani nelle mani / troppe cose devo fare prima che venga domani") fu scritta di getto in poche ore. Infine va detto dell'interpretazione di Cocciante. Nel suo modo di cantare si fondono perfettamente certo gusto "teatrale" francese, magari anche eccessivo, con la tradizione melodica (e melodrammatica) italiana:due universi musicali, culturali e artistici che in lui avrebbero sempre convissuto. In "Concerto per Margherita" entrambi trovano il modo di esprimersi compiutamente prevalendo ora l'uno ora l'altro nella maniera più funzionale al brano da interpretare. All'epoca il lavoro fu tacciato di commercialità (ovvio: vendette tantissimo!) la qual cosa non aveva una valenza precisamente positiva. Certo il lavoro era lontano dall'impegno politico e sociale dei cantautori quanto dalla violenza del punk che in quei tempi stava prendendo le mosse, ma la storia ha fatto giustizia, se è vero che Margherita è rimasta nell'immaginario collettivo, cosa che di tanti lavori del periodo certo non si può dire.
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RICCARDO FOGLI - Nella fossa dei leoni 1994 Sposa l'elettronica, Fogli, all'instancabile ricerca di nuove strade da percorrere, e realizza un album nel quale ogni canzone fa storia a sè. Dai graffi di Nella fossa dei leoni, alle commozioni di Sigfrido, passando per alcuni e-pisodi (Storia di un'altra storia, Caro amore mio) che me-ritano decisamente un ascolto accurato.
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ROBERTO VECCHIONI - Sogna ragazzo sogna Ci sono canzoni di Roberto Vecchioni che hanno il potere di incontrare immediatamente il grande pubblico ( Il Bandolero, Samarcanda, Voglio una donna...), altre che richiedono ascolti ripetuti. E questo a prescindere dalla qualità delle canzoni stesse che è comunque sempre altissima. Questo disco forse non possiede il colpo da hit parade, ma è sicuramente uno dei migliori del "Professore". Profondo, intelligente, arguto e sognante per come sa sognare Vecchioni. Un grande episodio per chi dei vecchi cantautori non ha mai abbastanza.
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ROBERTO VECCHIONI - Elisir 1976 Strano destino, quello di Roberto Vecchioni, quasi mai considerato tra i cantautori "storici" degli anni '70, mentre invece dell' "eletta schiera" fa parte a pieno titolo. Strano caso, quello di Vecchioni che nella sua discografia nasconde gemme di valore assoluto come questo album del '76, ma deve il massimo successo al fatto che la sua "Samarcanda" venne recepita come canzone quasi per bambini (con quel "Oh oh cavallo oh oh") mentre il suo significato era ben più profondo e… "adulto". Su questo "Elisir", dunque, vale la pena di soffermarsi, quale grande esempio di canzone d'autore italiana in un momento in cui la canzone d'autore italiana iniziava a mostrare un po' di stanchezza, presagendo forse la mazzata quasi letale somministratagli dall'avvento del punk nel giro di un paio d'anni. "Elisir" arriva dopo tre album "artigianali" e poco distribuiti (ancorché tutt'altro che disprezzabili) come "Parabola", "Saldi di fine mese" e "Il re non si diverte", e l'eccellente "Ipertensione". E' un album sul viaggio, il viaggio dell'uomo inteso nella sua accezione più ampia. Viaggio alla scoperta del mondo e viaggio alla scoperta di sé stessi, viaggio da fare da soli o viaggio da fare insieme, viaggio per mare o viaggio per anima… un percorso sempre e comunque a ostacoli raffigurato fin dalla copertina che riproduce il gioco dell'oca con tutti i suoi trabocchetti. "Un uomo navigato" che apre il disco è un po' il paradigma di tutto questo: ricordando musicalmente il Dylan di "Desire", prepara a tutti gli itinerari possibili che seguiranno, tra onde o tra contraddizioni. "Velasquez", che musicalmente sembra rubata a Neil Young, racconta della voglia di andare che lotta con la voglia di tornare, "Effetto notte" dice di un viaggio, seduto al tavolo di un bar, di un amore solo e senza speranza, "A.R." di un altro amore, altrettanto solo, altrettanto disperato. "Canzone per Francesco" è il viaggio di vita fatto assieme a un amico (Guccini, nella fattispecie), "Figlia" il viaggio che, da padre, Vecchioni profetizza/promette/minaccia alla figlia che quel viaggio deve ancora cominciarlo. Proprio "Figlia" rappresenta il punto più alto del disco e uno dei vertici assoluti della carriera artistica del "professore". Qui, a una melodia di pacata semplicità e a un testo di sottile, grandissima poesia (ma anche di solido impegno politico, nel senso più nobile del termine) fa da contraltare una veste musicale faticosa e scarna (una chitarra, un basso e, dopo, il violino di Lucio Fabbri) che concede poco all'ascoltatore. Ma quella che sembra a prima vista un'incongruenza, risulta invece una scelta assolutamente azzecata. A posteriori, l'unica scelta possibile. Un arrangiamento sontuoso che avesse assecondato melodia e testo avrebbe banalizzato la canzone, e ne avrebbe forse nascosto il testo negandogli quell'attenzione che invece deve avere. E poi la vita non è facile, lo dice Vecchioni nella canzone (E figlia figlia / non voglio che tu sia felice / ma sempre contro finché ti lasciano la voce / vorranno la foto col sorriso deficiente / diranno "non t'agitare che non serve a niente" / invece tu grida forte la vita contro la morte") e il brtano, anche musicalmente, lo sottolinea. Un sacco di cose, quindi, dentro questo brano, racchiuso dentro un disco pieno di cose. Solo un anno dopo sarebbe arrivato il grande successo di "Samarcanda" travisato da gran parte del pubblico ma non da Vecchioni che avrebbe continuato sulla propria strada incurante degli applausi di quel pubblico raccolto per caso e riperso subito dopo.
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ROD STEWART - When we were the new boys Beh, che ci si aspetta dal vecchio Rod? Ballate "alla Rod Stewart"?, rock tipicamente "alla Rod Stewart?", la classica voce roca che amiamo da un trentennio? Allora qui c'è tutto questo. Senza sorprese e senza delusioni. Un classico album da 6,5, per intendersi, se non chè almeno due ballate (Secret heart e Shelly my love) bastano da sole ad elevare l'album sopra la media. Mi dicono che oltremanica l'album non stia andando benissimo e questo è incomprensibile: alla fine questo è uno dei lavori migliori che lo scozzese ci abbia proposto da diversi anni a questa parte. |
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ROLLING STONES - No security Saranno anche dei vecchi cinquantenni patetici, ma il loro rock ha ancora tiro da vendere e Jagger canta come 30 anni fa. Questo live documenta gli ultimi concerti della band, pochi classicissimi e molta attualità che per lo più regge il confronto con la storia. Continuo a pensare che se dei miliardari come loro salgono ancora sul palco devono farlo solo perché si divertono. E in questo caso ci divertiamo anche noi.
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ROSSANA CASALE - La via dei misteri No, questo non è uno dei dischi che vengono normalmente ricordati nelle raccolte degli album "Storici" della nostra canzone. E alla sua uscita non fu neppure un gran successo. Eppure ben raramente un disco ha racchiuso tra i suoi solchi tante splendide canzoni. Ogni episodio è un autentico picolo capolavoro di gusto e di sapienza compositiva (grandissimi, sempre, Maurizio Fabrizio e Morra) e interpretativa. Proprio Roxy, in questo album, ha raggiunto probabilmente il massimo delle sue possibilità vocali. A questo album seguì l'atrettanto eccellente Incoerente jazz, poi Rossana si perse a rincorrere climi e situazioni diverse senza ritrovare più la giusta Via dei misteri.
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ROXETTE - Have a nice day Roxette erano nati come gruppo dance. Invece, album dopo album, i due svedesi hanno dimostrato di poter uscire dagli angusti confini di un solo genere musicale. Questo album fa ballare (of course), ma alcuni brani sono proprio belli in assoluto ("Wish I could fly") e gli altri sono comunque incredibilmente piacevoli. Musica che passa e va, naturalmente, ma in maniera veramente piacevole.
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ROXETTE - Room service Qualcuno deve avere detto ai Roxette che non possono continuare a fare canzonette commerciali per tutta la vita. Così loro provano a battere strade nuove, esplorano territori anche inaspettati come certa technodance tentata dall'hip hop, ma alla fine devono arrendersi all'evidenza. Basta ascoltare "Milk and toast and honey", "Jefferson" o "Little girl" per rendersene conto: Per è uno splendido autore di canzoni pop e con Marie forma il duo da classifica più irresistibile degli ultimi anni. Applaudiamo lo sforzo di cambiare direzione, ma godiamoci le canzoni più riuscite del disco: di un pop di questo livello non c'è proprio da vergognarsi!
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