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PACIFICO - Pacifico - 2001 Ora, io capisco che sia difficile investire alla cieca qualche decina di migliaia di lire su un nome sconosciuto, ma quando questo Pacifico sarà una star, non sarete contenti di essere stati tra i primi a scoprirlo? Perché sul fatto che l'ex chitarrista dei Rossomaltese diventerà una star non esiste il minimo dubbio. O almeno: non esisterebbe se le cose andassero, per una volta, come devono. Raramente capita di imbattersi in album di tale abbagliante fulgore: decine di buonissime idee e un'abilità di scrittura strabiliante danno vita a questo pugno di canzoni belle (ma proprio belle) con la giusta dose di novità e la giusta dose di attenzione verso i caposcuola… Ha grande mestiere, Gino de Crescenzo, e una vita di musica alle spalle, e questo si sente, ma anche una validità artistica che lo porterà lontanissimo. Questo è Pacifico.
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PAOLA E CHIARA - Giornata storica Ci sono tanti aggettivi che potrebbero definire "Giornata storica", il secondo album di Paola e Chiara, che arriva ad un anno e mezzo di distanza dal fortunato "Ci chiamano bambine". Intenso perché si sente che dentro ci sono tutte le emozioni che hanno vissuto nell'ultimo anno e mezzo sia positive che negative (ascoltare "Ma-pa"); spiazzante, perché comunque sarà difficile da digerire per quelli che pensano che loro siano davvero solo due bambine; sincero perché è qui che si scopre la vera anima di Paola e Chiara. Un disco forse rischioso dove le sorelle si mettono in gioco fino in fondo, dove giocano ("Colpo di fulmine"), sdrammatizzano situazioni serissime ("Soldati") e amano. Sicuramente consigliato soprattutto se non avete pregiudizi.
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PAOLO CONTE - Tournèe 1993 Che crisi! Ultimamente escono solo raccolte di successi e album dal vivo: i dischi nuovi di Vanoni, Oxa, Mannoia, Pino Daniele, Carboni, McCartney, Prince, Orme, Los Lobos, De Gregori, Fossati, Stadio e mille altri, di nuovo hanno poco o nulla. Ora tocca a Conte con terzo live in carriera: un paio di inediti e una scaletta che almeno evita i doppioni con i due precedenti non bastano a fare di questo lavoro un disco imperdibile. Ma la classe non è acqua, Conte di classe ne ha da vendere, ergo...
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PAOLO VALLESI - Non essere mai grand Beh, non è che da Paolo Vallesi ci si possano aspettare grandi colpi d'ala: chi riesce a imbroccare una ricetta che funziona, generalmente non ha motivo di discostarsene. E la recensione di questo disco potrebbe anche finire qui. Il fatto è che tutte queste canzoni sanno veramente troppo di già sentito: c'è il lento da lacrimuccia, il midtempo per far battere il piedino, il rocketto robusto ed energetico... Tutto veramente troppo costruito ad uso e consumo adolescenziale. Ma forse per noi, venuti su a legno e cuoio, per abituarsi alla plastica è ormai troppo tardi. |
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PAOLO VALLESI - Non mi tradire 1994 Vent'anni fa si chiamava (con non poco disprezzo) musica commerciale, contrapposta alla musica impegnata dei cantautori e a quella rock dei gruppi. Oggi si chiama pop e il disprezzo è scomparso. E' giusto così perchè, nel suo ambito, lavori come questo ultimo album di Vallesi, ad esempio, han-no diritto ad ogni attenzione, e, dopo, ad ogni plauso. Un-dici brani, undici potenziali hits che sentiremo per tutta l'estate, cosa che senza dubbio è tra i presupposti di un'operazione come questa
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PATRIZIO FARISELLI PROJECT - Lupi sintetici e strumenti a gas - 2001 Curved lightFariselli ha un nobile passato come fondatore, negli anni '70, degli Area. Oggi come allora, continua ad esplorare. Con tutti i rischi che questo comporta. Nella fattispecie, certa involuzione del linguaggio, certa cerebralità non sempre funzionale. E' anche vero che se non ci fossero sperimentatori come Fariselli e album come questo, la musica non progredirebbe mai. Così, se il piede avanzato con timore tastando il terreno a volte affonda nelle sabbie mobili, altre volte trova invece il solido terreno di aperture jazz di altissimo livello o di spartiti ostici ma di grande efficacia (l'omaggio a Frank Zappa con la geniale/demenziale "Felice lichene" dovuta a Freak Antoni). E, un passo dopo l'altro, questo disco si segnala come una delle opere più stimolanti di questo periodo. Se essa rappresenti anche l'abbecedario dei suoni di domani, lo sapremo, appunto, domani.
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PETER GABRIEL - Secret world live 1994 Chi qualche mese fa ha purtroppo perso il concerto modenese di Peter Gabriel può almeno in parte rifarsi con questo doppio album dal vivo registrato in quell'occasione. Il prezzo (peraltro quasi da singolo) vale decisamente la sapienza musicale sparso in questi due cd. Vecchi e nuovi successi di un artista che da oltre vent'anni non smette di regalarci colpi di genio.
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PFM - Per un amico - 1970 C'è stato un momento in cui i musicisti italiani hanno cercato una strada "italiana" al rock, senza limitarsi a proporre pedissequamente i modelli anglosassoni. Fu un'operazione senza dubbio difficile e non sempre riuscita. Successe agli inizi degli anni '70, quando alla musica che arrivava da oltremanica alcuni tentarono di unire le nostre radici culturali e popolari. Da questo tipo di operazioni uscirono i primi splendidi album di Banco, Osanna e Premiata Forneria Marconi. Questo è il secondo disco della PFM e non è difficile rintracciare in questi spartiti ricchissimi di inventiva e creatività momenti assolutamente italiani. C'è la tarantella e il melodramma, in queste indimenticabili suites, il gusto per la melodia e tutto il nostro sole. Le costruzioni dei brani sono piuttosto complesse eppure, all'ascolto, la musica fluisce con grande naturalezza, facilità e, in alcuni casi, vera gioia. Inoltre, grande merito di questo disco è di rappresentare un'ulteriore maturazione musicale e artistica del gruppo rispetto al pur eccellente album d'esordio. E comune ai due lavori che sono da considerare nell'olimpo del progressive (e forse di tutta la storia del rock) italiano è l'assoluta mancanza di quell'ingenuità, di quella faciloneria che in ragazzi di vent'anni sarebbe anche scusabile. Ma la Pfm era formata da musicisti che avevano già alle spalle diversi anni di oscuro lavoro in sala, possedevano una grandissima tecnica strumentale e soprattutto erano veri musicisti (come il futuro avrebbe ampiamente dimostrato). In grado di non cadere nella facile convinzione (tanto comune all'epoca), che bastasse darci dentro con tastiere, violini e flauti, comporre pezzi lunghi 10 minuti e ficcare nei testi, mitologia, riferimenti letterari e magari la Bibbia per fare buon rock progressivo. Purtroppo, poi la stessa Premiata avrebbe perso questa magica capacità di sintetizzare ciò che di nuovo arrivava dall'estero e ciò che di antico si ritrovavano nella cultura musicale italiana. E insieme ad essa, col tempo, anche il pubblico entusiasta che all'inizio ne aveva fatto l'unico gruppo rock italiano in grado di entusiasmare inglesi e americani.
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PFM - www.pfmpfm.it - Bisogna che riesca a farvi capire quanto questo gruppo, che forse non conoscete, sia stato importante per la storia del rock italiano. All'inizio degli anni '70 la giovane Pfm (allora Premiata Forneria Marconi) si mise in luce con una musica ispirata in egual misura da ciò che arrivava dall'Inghilterra e dagli USA, quanto dalla nostra tradizione. Il successo fu enorme e accompagnò il gruppo per almeno un decennio. Poi le mutate mode musicali spinsero gradatamemte il gruppo fuori gioco, fino a portarlo ad uno stop definitivo.Un anno fa la Premiata è tornata con un buonissimo disco e ora è il momento di questo doppio live che documenta un tour trionfale. Non sono ragazzini, quelli della Pfm, ma quando mettono le mani sugli strumenti sembrano avere vent'anni. Quanto, poi, siano grandi e quanto siano stati grandi, lo dimostra questo doppio cd (a prezzo speciale)che racchiude due ore di canzoni che non denunciano assolutamente la loro età. E se un brano non suona vecchio venticinque anni dopo che è stato scritto siamo di fronte ad un capolavoro. Su questo nessuna discussione.
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PHIL COLLINS - Both sides 1993 Ben poche novità da questo nuovo lavoro dell'ex batterista dei Genesis: la classe è sempre quella, la capacità di scrivere brani avvolgenti, quasi ipnotici, anche. Avviato decisamente sui terreni di un easy listening d'alto livello, mantiene uno standard che lo preserva da cattive sorprese passando alla cassa, ma che nega anche ai pochi che la desidererebbero, la minima novità. Da comprare, insomma, questo album. Se non avete già gli altri.
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PINK FLOYD - The dark side of the moon - 1973 Ma che schifo di disco! I Pink Floyd sono finiti! Puah: robaccia commerciale… Non stupisca: non furono pochi i commenti di questo tipo all'uscita di questo album che non è solo uno dei capolavori dei Pink Floyd, ma una pietra miliare nella storia del rock. Il fatto è che molti avevano ancora nelle orecchie la psichedelia allucinata dei primi Floyd, la follia ormai senza freno di Syd Barrett, il vagare onirico di Ummagumma… Questo album levigato, lucido nei suoi contenuti musicali e letterari, "troppo" perfetto, dei graffi e degli incubi lisergici di "quei" Floyd non aveva più quasi nulla. A chi era cresciuto a forza di "Sarceful of secrets" e "The piper at the gates of down", già lo splendido viaggio sinfonico di "Atom earth moter" lasciava qualche perplessità: un disco così immediatamente affascinante come "Dark side" era un tradimento. E bisogna capirli: allora la "buona" musica non doveva essere "facile", doveva richiedere concentrazione, studio, applicazione. Accessibilità voleva dire commercialità. Vendersi al mercato. Orrore!Ma per tutti i ragazzini che scoprivano i Pink Floyd con questo disco… Fu una folgorazione! Quella musica li portava incredibilmente lontano, molto oltre qualsiasi cosa avessero ascoltato fino a quel momento, toccando le corde giuste per farli sognare. Su un pezzo come The great gig in the sky si volava, letteralmente, così come sul sax di Us and them, sugli echi di Breathe… Era tutto così assolutamente… perfetto… la musica colpiva l'ascoltatore trovando nel suo cuore e nella sua mente il punto esatto dove incastrarsi, quasi che chi ascoltava non avesse mai aspettato niente altro che quel suono, quel colpo di batteria, quella voce, quella chitarra. Ed Eclipse "imponeva" di rimettere la puntina dall'inizio e ricominciare il viaggio. Da quando è uscito, questo disco è ininterrottamente in classifica: sono pochi gli album che generazione dopo generazione riescono a regalare le stesse fortissime emozioni.
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PINK FLOYD - Wish you were here Ma voi avete idea di cosa possa significare ritrovarsi in studio e guardarsi in faccia dopo aver realizzato uno dei più grandi e clamorosi successi della storia della musica rock? Qualsiasi idea sembra inadeguata a dare un seguito al monumento, a cercare di accontentare le aspettative dei fans. Deve essere stato un momento difficile, il post-Dark Side per i Floyd, non a caso per la prima volta nella storia del gruppo passano oltre due anni dall'album precedente, prima che esca, alla fine del '75 questo "Wish you were here". Due anni occupati dalla band portando in tour il loro show colossale e cercando l'idea giusta per un degno successore al Lato oscuro della luna.L'idea era poi abbastanza vicina, la più vicina possibile: parlare di sé stessi. O meglio parlare di colui che i Pink Floyd li aveva pensati e voluti, di colui che aveva insegnato tutto a Gilmour e compagni: Syd Barrett, troppo genio per affrontare la realtà e per resistere alla pazzia, bruciato velocemente e con un bagliore accecante. Tutto l'album è dedicato a questo "diamante selvaggio", colui che i Floyd vorrebbero "fosse qui", la fragile star stritolata nei meccanismi di "Have a cigar" e "Welcome the machine". Ma poi Barrett è solo il punto di partenza per un discorso più ampio: l'album parla di sogni infranti, di gioventù e ideali traditi, di solitudini e senso di mancanza, di assenza... Da questo punto di vista, "Wish you were here" è album più intimo, sentito ed emozionale (e meno furbetto) di "Dark side": solo che fosse uscito "prima" non avrebbe sofferto di imbarazzanti e ingiusti confronti, e invece uscì "dopo", quando tutti sapevano che niente avrebbe potuto raggiungere quelle vette, ma tutti ci speravano. Fu comunque un ottimo modo per superare il classico blocco creativo da post-capolavoro che ha ucciso più di una mente geniale. Forse il migliore possibile. Innanzi tutto, musicalmente questo (vivaddio) non è un "Dark side 2 - il ritorno". Nessun clamoroso cambio di rotta, intendiamoci: i tempi di "A sauceful of secrets" o "Ummagumma" sono definitivamente andati, ma niente in questo album suona come un tentativo di ripetere una formula che aveva funzionato clamorosamente bene il disco prima. La lunga suite che apre e chiude il disco ("Shine on you crazy diamond") si basa su una piccola luminosissima idea di Gilmour: poche note di chitarra in grado di suggerire oltre 25 minuti di musica (in 2 tranches) e un intenso testo di Waters, una suite che conosce pochi momenti rinunciabili (ed quasi impossibile tenere sempre alto il livello di attenzione ed emozione per tanto tempo), "Have a cigar" e "Welcome to the machine" sono glaciali e alienanti: atmosfera perfetta per quello che vogliono dire, la title track è una piccola semplice geniale canzone sussurrata, quanto era piccola, semplice, geniale e sussurrata era "If", per dire… Un grande disco, alla fine, che non sarà mai considerato il più grande dei Pink Floyd, ma che, come si dice di certi campioni che stanno in panchina in grandi squadre, avrebbe giocato "titolare" ovunque non ci fosse stato già un "Dark side" (e un "Ummagumma", ok). Durante le registrazioni dell'album qualcuno fece entrare in studio un vecchio signore grasso, pelato e un po' "assente". Rimase lì ad assistere al lavoro per una giornata e poi se ne andò. Quando qualcuno disse a Waters che quel grasso signore era Syd Barrett e che nessuno l'aveva riconosciuto, Water scoppiò in lacrime. I Floyd avevano ancora un'anima.
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PINO DANIELE - E sona mo' 1993 E avanti con i live, tanto in questo periodo non esce quasi altro. Questo almeno ha il pregio di presentarci l'artista napoletano in una dimensione totalmente nuova: canzoni concepite per esecuzioni elettriche e nervose qui vengono riproposte con arrangiamenti scarni ed acustici. La sorpresa è di quelle gradite: non che ci dispiacesse "quel" Pino Daniele (anzi!) ma queste nuove versioni fanno dei vecchi classici canzoni totalmente nuove. E forse anche più belle.
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PINO DANIELE - Yes i know my way In questo disco Pino Daniele ha fatto il madornale errore di accostare capolavori come Quanno chiove, Napule è o A me me piace 'o blues a canzonette banalissime come Che male c'è o Amore senza fine. Basta ascoltare questo disco per rendersi conto che di quello che è stato un grandissimo artista in grado di rivoluzionare la musica napoletana oggi resta solo un onesto musicante in grado di scrivere buone canzonette senza alcuna validità artyistica, ma solo commerciale. E' molto triste ma Pino Daniele è finito!
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POOH - Parsifal - 1973 Mario Goretti, Valerio Negrini, Gilberto Faggioli, Bob Gilliot, Mauro Bertoli… Chi sono costoro?Perbacco, ma sono i Pooh! La prima formazione dei Pooh, quella datata 1965 che rappresentava l'evoluzione "professionale" di un gruppo che da anni "batteva" le balere del bolognese: i Jaguar. Niente a che vedere con gli attuali Dody, Roby, Stefano e Red, che, uno alla volta sarebbero arrivati negli anni successivi, ma Valerio Negrini, uno dei maggiori parolieri italiani di sempre, che all'inizio sedeva dietro i tamburi e oggi si occupa dei testi, rappresenta la continuità durante questi quasi 40 anni di vita del gruppo più longevo d'Italia. Comunque già nel 1971, a firmare i due primi grandi successi del gruppo ("Tanta voglia di lei" e "Pensiero") è la formazione quasi definitiva: c'è ancora Negrini alla batteria e Riccardo Fogli al basso, ma Roby e Dody sono già al loro posto. Nel 1973, con "Parsifal", finalmente Canzian è al posto di Fogli e D'Orazio al posto di Negrini. Ci siamo. Si può quindi considerare "Parsifal" il primo album dei Pooh dell'"era moderna", ma il suo valore non risiede, ovviamente in questo. Il periodo musicale era quello del rock sinfonico, spartiti dilatati, lunghe parti strumentali, sontuose orchestrazioni… I Pooh l'orchestra l'avevano sempre usata, ma quello che arrivava soprattutto dall'Inghilterra era qualcosa che non avevano mai fatto e che per questo li incuriosiva: passavano ore ad ascoltare "Supper's ready" dei Genesis e pensavano che quella era una faccenda che avrebbero proprio voluto provare. I 12 minuti che danno il titolo all'album nacquero a pezzi. Un paio d'anni prima, a Facchinetti era stato chiesta una colonna sonora per un film di Lattuada "Questa specie d'amore", poi non se n'era fatto niente, ma le musiche erano rimaste: divennero la parte centrale del brano cui venne unito un tema già presente nell'album "Contrasto" del '69. Per la prima parte Roby compose un tema di sapore "chopiniano" su cui Negrini scrisse un testo ispirato alla leggenda del Sacro Graal. Il resto lo fecero le chitarre di Battaglia con un paio di assoli da abbecedario per aspiranti chitarristi. Alla fine il brano funzionò maledettamente bene: era in linea con la produzione musicale più "evoluta", ma aveva un'accessibilità che lo rendeva fruibile al grosso pubblico. Un buon compromesso. Certo non impressionò più di tanto i fans dei Genesis o della PFM, ma sicuramente portò molti che ascoltavano solo canzonette ad un rock più evoluto. Nell'album poi non c'era solo "Parsifal", un buon riscontro di classifica ebbero canzoni più tradizionali (ancorché di ottimo livello) come "Io e te per altri giorni" e "Inifiniti noi" registrate con un'orchestra di 60 elementi, anche se fu la vicenda del cavaliere senza macchia e senza paura che finì per restare nella storia musicale dei quattro che lo riproposero in concerto fino a non poterne più e finendo per ribattezzarlo "Par di pal"…
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PORTISHEAD - Roseland NYC live I Portishead incontrano l'orchestra e la loro musica, con tutti quei violini, ben lungi dall'ammorbidirsi, acquista ancora più drammaticità. Il gruppo è fra i pochi, oggi, a suscitare in me delle emozioni e delle sensazioni. Non sempre piacevoli (la loro è pur sempre una musica disagevole e destabilizzante), ma insomma, almeno ci sono. L'album è registrato dal vivo e questo gli conferisce ancora più carica. Un grande disco, esattamente agli antipodi delle spensierate Spice, per intenderci.
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PRINCE - New power soul Prince (o come vuole farsi chiamare lui) ha un'incredibile facilità di scrittura, le sue canzoni sembrano scorrere velocemente, senza alcuno sforzo. Si ascoltano con la massima facilità, ma quanto lavoro deve costare al genietto di Mineapolis additarci ad ogni disco quali saranno le prossime strade che la musica nera percorrerà. Questo album forse non è innovativo e dirompente come altri suoi passati, perché TAFKAP (o come vuole farsi chiamare lui) ha ormai trovato una sua direzione lungo la quale muoversi, ma è comunque ancora un passo avanti a quasi tutto ciò che ascoltiamo oggi. Sullo scaffale va riposto accanto a quello di Maxwell.
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PRINCE - The Beautiful experience 1994 Il nuovo album di Prince dura 33 minuti e consta di sette titoli. La precisazione è necessaria in quanto, infilato questo cd nel lettore, di canzoni ne sentirete più o meno una sola, quella che già impazza nelle radio. Cambiano gli arrangiamenti e i missaggi, insomma, cambiano i titoli, ma non la sostanza. Vale la pena che i potenziali acquirenti lo sappiano e si regolino.
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