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NADA - L'amore è fortissimo e il corpo no - 2001

Ha impiegato anni, Nada, a far dimenticare che lei era quella di "Ma che freddo fa" o, dopo, di "Amore disperato". Probabilmente non rinnega quei momenti della sua vita artistica, ma certo lei oggi è un'altra persona. E' una cantautrice che graffia, che non sente alcuna necessità di scendere a compromessi col facile ascolto nè di edulcorare in qualche modo ciò che vuole dire. Questo album dimostra che probabilmentelei ha troppe cose da dire per pensare a come dirle senza urtare orecchie suscettibili, senza suonare troppo cruda, a volte spietata, nelle musiche quanto nei testi. Queste canzoni sono coriacee e dure da digerire, ma dicono un sacco di cose e quasi tutte maledettamente vere. Se fossimo in America, un disco del genere le procurerebbe l'attenzione della critica e l'amore del pubblico: siamo in Italia e rimarrà un prodotto di nicchia. E' un peccato ma non un buon motivo per rinunciare a percorrere la difficile strada su cui Nada ha deciso di incamminarsi.

 

NEFFA - Arrivi e partenze -

Che strano album, questo. Uno è bombardato 10 volte al giorno da "La mia signorina" e pensa che tutto il disco sia così: fatto di canzonette carine che passano e vanno. Invece questo è un disco estremamente vario in cui però, curiosamente, prevalgono i climi da anni '70. Sia che si tratti della cavalcata santaniana di "Arrivi e partenze", del jazzrock di "Funky Mirandola" o "Scordati di me" del samba di "Laura", del reggae di "Ti perderò", del blues di "Andare avanti" o di quel flauto tanto seventies che spunta qua e là. Un sacco di cose dentro questo disco, quindi, oltre "La mia signorina", e tutte abbastanza inaspettate, quindi piacevoli.

 

NEGRITA - Reset

Ecco qua: se ascoltate questo album dopo quello dei Litfiba vi rendete conto di come sia QUESTA la musica che dovrebbero fare Pelù e compagni. Ma, insomma, se i Litfiba adesso fanno altro, per fortuna ci sono i Negrita e altri come loro, che non hanno mica tanta voglia di cedere a compromessi. Durante tutto il disco si repira una bella tensione, il rock e grezzo quanto basta e originale quanto deve. Io dico che sarebbe proprio ora che anche Pau e compagni avessero il fatto loro: posti buoni in classifica e belle soddisfazioni con il prossimo conto corrente.

 

NEIL YOUNG - On the beach - 1975

All'inizio del gli anni '70 sembrava tutto facile e bello per Neil Young. Invece dopo i fasti di vissuti assieme a Crosby Stills e Nash, e due album osannati come "After The Goldrush" e "Harvest", la crisi era dietro l'angolo e non sarebbe stata né facile né breve. Prima il flop di "Journey Trough The Past" (disco e film), poi la tragica morte dei compagni d'avventura nei Crazy Horses Whitten e Berry… Da un periodo così nacque una "trilogia oscura" costituita da "Time Fades Away", "Tonight's The Night" e questo "On The Beach". Che ha un suono aspro sotto il quale si agitano fantasmi ed ossessioni. Un album tutto graffi e spigoli che solo pochi anni prima non erano neanche immaginabili ma con i quali Young avrebbe poi fatto i conti per sempre.

NEW TROLLS - Concerto Grosso - 1971

Il "concerto grosso" è una forma musicale barocca sei-settecentesca nella quale un gruppo di solisti si alterna all'orchestra sinfonica in un continuo "botta e risposta". L'idea concepire un concerto grosso nel quale ai solisti fosse sostituito un gruppo, venne nel 1971 a Luis Enrique Bacalov che molti anni dopo avrebbe vinto un Oscar per la colonna sonora del "Il postino". Evidentemente Bacalov aveva colto la tensione del mondo rock verso partiture più complesse delle canzoni che avevano avuto successo negli anni '60: forse guardando agli esperimenti dei Genesis, dei Nice, di Emerson Lake & Palmer, magari dei Procol Harum, aveva avuto l'intuizione di sposare rock e musica classica. Un connubio, va detto, tentato molte volte in Italia e soprattutto all'estero, quasi mai con esiti veramente felici. In ogni caso l'idea alla casa discografica (era la Fonit Cetra) piacque: Bacalov era un giovane musicista di estrazione classica e forse per questo gli fu dato credito. Solo in una cosa dovette mutare il progetto iniziale: come gruppo rock avrebbe voluto i Rokes, ma il produttore Sergio Bardotti lo convinse che per quanto aveva in testa il gruppo ideale erano i New Trolls. I New Trolls, pur giovanissimi (all'epoca avevano quasi tutti meno di vent'anni), godevano di una grande stima presso la critica per alcune scelte abbastanza coraggiose e intelligenti (prima tra tutte quella di affidare molti dei propri testi alla penna del giovane concittadino Fabrizio De Andrè) e di un discreto successo presso il pubblico grazie ad un pugno di singoli azzeccati ("Davanti agli occhi miei", "Sensazioni", "Visioni"…). Insomma, avevano credibilità artistica per un progetto così impegnativo, ma anche grande riconoscibilità presso il pubblico, due doti che, assieme, mancavano a quasi tutti gli altri gruppi dell'epoca.Insomma alla fine Bacalov e i New Trolls si misero al lavoro (e per il gruppo genovese non fu facile, dapprima, accettare il ruolo di semplici esecutori, quando fino ad allora avevano suonato solo materiale scritto da loro, ma ce la fecero finendo per mttere molto di loro negli spartiti di Bacalov) e il risultato fu eclatante. Un milione di copie vendute del disco rappresentano il maggiore successo per Nico di Palo e compagni, ma più ancora, il Concerto grosso è entrato di prepotenza nella storia della musica italiana, come un episodio in sintonia con le ultime tendenze del rock progressivo di allora eppure in qualche modo a sé stante e irripetibile (e ben se ne sarebbero accorti gli stessi Trolls, anni dopo, cercando dare un seguito a questo lavoro.E tutto ciò a fronte di soli undici (11!) minuti di musica.Sì perché il concerto grosso vero e proprio dura appena undici minuti e tutto il disco non ne raggiunge 40. Però quegli undici minuti rivelano veramente il tocco semplice e perfetto del genio.Il Concerto inizia subito forte con una serratissima alternanza tra orchestra e band in cui spiccano la chitarra di Di Palo e il flauto di De Scalzi: sembra impossibile che un tema rock e un'aria tipicamente settecentesca possano trovare un comune terreno di incontro, eppure accade. Così come accade nel secondo tempo, un adagio di nobilissimo impianto in cui fanno il loro ingresso anche le voci inconfondibili del gruppo. Ancora le chitarre di Di Palo e De Scalzi dialogano con i violini senza alcuna forzatura, in modo stupefacentemente naturale. Infine il terzo tempo: un andante aperto da una splendida cadenza di violino che sfocia in una melodia di grandissima bellezza sulla quale si innesta la chitarra elettrica mentre il violino solista continua a ricamare arabeschi. Un piccolo grande capolavoro. E' la degna conclusione di undici minuti di magia.Poi c'è il resto del disco: l'originale prima facciata del vinile si chiudeva con la ripresa per solo gruppo dell'adagio del concerto, con uno stile hendrixiano che voleva omaggiare il grande chitarrista appena scomparso, mentre la seconda facciata consisteva in una lunga improvvisazione della band registrata in diretta, costituita da temi ripresi dalle improvvisazioni che i New Trolls eseguivano abitualmente dal vivo e da quella "Il sole nascerà" già apparsa come retro di "Una miniera". Insomma, pur di buonissima qualità, "solo" eccellenti riempitivi necessari a confezionare un album nel quale includere quegli undici minuti magici e consegnarli alla storia e al ricordo.

 

NICCOLO' FABI - N. F. -

Fabi sembra aver trovato la quadratura del cerchio. Una sorta di formula magica che gli permette di fare un passo (bello lungo) oltre la banalità della musica più commerciale senza risultare mai troppo "avanti", per le orecchie meno vogliose di novità.Un compromesso? Possiamo chiamarlo anche così, ma quel che conta è che queste canzoni corrono via facilmente ma ognuna possiede un elemento, magari una sfumatura appena, che la trae a forza dalla noia del già sentito. L'album si distingue, insomma, così come Fabi, uno che, vivaddio, di cose da dire ne ha.

 

NOMADI - La settima onda 1994

I Nomadi sono un classico. Pretendere da loro bruschi cambi di rotta sarebbe folle e ingiusto quanto pretenderli, che so, da un Guccini, o da un De Gregori. Questo spiega perchè questo La settima onda non riveli nulla della band di Carletti che non sapessimo già. Se non che il gruppo sembra, nonostante la scomparsa del grande Augusto, sempre più vitale e voglioso, esattamente come lo stesso Augusto lo avrebbe voluto.

 

NOMADI - Una storia da raccontare -

Sarà perché i Nomadi hanno un pubblico di fedelissimi che non vogliono assolutamente porre di fronte a qualche spiazzante novità, ma anche queste canzoni potrebbero appartenere ad uno qualsiasi degli ultimi dieci album dello storico gruppo.Tuitto veramente troppo già sentito. Certo è doveroso cercare di connseravare un proprio stile, ma se nell'ambito dello stesso non interviene una qualche invenzione, la composizione, più che atto di creazione, risulta essere semplice esercizio di fotocopia.