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MANIC STREET PREACHERS - This is my truth tell me yours - Si possono coniugare testi di intensa e sincera denuncia sociale a melodie così affascinanti e coinvolgenti? Evidentemente si può, perché è un errore credere che la rabbia possa essere espressa solo con la violenza. Questo disco contiene alcune delle migliori melodie ascoltate negli ultimi tempi eppure anche testi che non concedono equivoci, dalla guerra civile spagnola, alle devastanti conseguenze degli integralismi, al disastro di Hillsborough. Con argomenti del genere vi aspettereste una chitarra alla Sex Pistols, invece ci sono gli archi di Mike Hedges e la voce e la chitarra di James Dean Bradfield. Uno dei migliori dischi dell'anno.
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MARCO BARONI - Quello che voglio - Il "problema" di questo disco sono le due cover: You keep me hangin' on dei Vanilla Fudge (e dei Ribelli) e Hip to be square di Huey Lewis) dimostrano di cosa potrebbe essere capace Baroni, alle prese con un repertorio "giusto". Quasi tutti gli altri brani, invece, sono privi di quel momento di genialità che la voce di Baroni sarebbe tranquillamente in grado di sottolineare. Insomma, con tutto il rispetto per gli autori (tra cui lo stesso Baroni!) per permettere al cantante di esprimere tutto il proprio (grande) potenziale ci vorrebbe altro. Ora lo so, la soprendente versione acustica di Quello che voglio e, come si diceva, le due cover, additano la direzione in cui lavorare.
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MARIAH CAREY - n.1's - Sontuosa raccolta di brani arrivati al primo posto in classifica (più alcune chicche) per una delle voci più belle degli ultimi anni. Il disco dimostra ancora una volta che non è sufficiente avere una splendida voce: quello è solo l'inizio. La cosa importante è riuscire a trovare un repertorio all'altezza, pescando tra i generi, ignorando le epoche, sfruttando grandi autori e scoprendo giovani geni. Tutto quello che in Italia (dove le grandi voci non mancherebbero neanche) sanno fare poco e male.
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MARIANNE FAITHFULL - A collection of her best recording 1994 Un greatest hits per Marianne Faithfull, cantante che deve la propria carriera all'amicizia con i Rolling Stones, ma soprattutto a non indifferenti doti artistiche. Il materiale che percorrere tutta la sua vita artistica è arricchito da due inediti: la cover di Ghost dance di Patty Smith e quella She che anticipa l'imminente album di studio della cantante inglese.
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MASSIMO BUBOLA - Il cavaliere elettrico Strano il caso di Bubola. Difficilmente viene alla mente, pensando ad un ipotetico elenco dei cantautori più importanti di casa nostra, eppure il suo apporto alla causa è stato determinante. E non solo per le tantissime canzoni scritte con e per De Andrè, ma soprattutto per aver portato nel panorama musicale della canzone d'autore italiana certe influenze celtiche e certo root rock americano di cui molti, direttamente (Gang, Mannoia, Mauro Pagani) o indirettamente (Modena City Ramblers), si sono assai avvantaggiati. A celebrare 25 anni di carriera entusiasmante solo per chi non aspira a troppi riflettori, esce questo energetico doppio live (al prezzo di un singolo) che racconta, a chi non lo sapesse, da quale penna siano usciti "Andrea", "Il cielo d'Irlanda", "Avventura a Durango","Fiume Sand Creek", "Hotel Supramonte" ecc. Diamo a Cesare quel che è di Cesare, insomma.
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MASSIMO DI CATALDO - Dieci - Ci aveva lasciato un anno e mezzo fa con "Crescendo", un'immagine da "uomo" e brani più introspettivi. Ma quel disco fa da episodio a sé nella sua sfolgorante carriera. Infatti, con questo "dieci" torna ragazzino e ripercorre la strada battuta con successo da "Anime"(oltre 300.000 copie vendute tre anni fa). Questo album è un po' la prova del nove per lui che l'ha scritto, prodotto, arrangiato e pure suonato. Il risultato è a tratti sorprendente, soprattutto nella parte musicale: suoni freschi, molto estivi, per un disco di cui sentiremo parlare ancora molto. E non fatevi ingannare da "Come sei bella": dentro c'è molto, molto di più.
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MICHELE ZARRILLO - Come un uomo tra gli uomini 1994 Zarrillo non è un novellino: era già in pista ai tempi del pop italiano degli anni 70 (Semiramis, Rovescio della Meda-glia) ha scritto per Renato Zero e per la Vanoni, ha colla-borato con Venditti. In prima persona, però ha sempre finito per essere un musicista "da Sanremo": un hit all'anno e il silenzio. Questo album facile ma avvincente ha invece le carte in regola per regalargli il successo che sta premiando tutta una schiera di musicisti italiani alla riscoperta del gusto per una canzone melodica ma di grande classe.
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MICHELE ZARRILLO Il vincitore non c'è E bravo Michele, che grazie alla canzone che dà il titolo al suo nuovo album si è assicurato il premio per la critica all'ultima edizione del "Disco per l'estate". Dopo il successo di "L'amore vuole amore", il "best of" che a fine '97 toccò la ragguardevole cifra di 500.000 copie vendute, è arrivato il turno di quest'album dall'aspetto unitario e dignitoso. Melodico quanto basta, suonato quanto basta, pensato quanto basta: salvo alcune scivolate - per altro comprensibili - nei testi ("Mary": "Oh Mary/ Oh sorella madre sposa/ Oh Mary/ In ginocchio sotto il cielo rosa"), scritti dal buon Vincenzo Incenzo. E la musica? La musica c'è, è popolare ma non troppo, a tratti persino raffinata; alterna strazianti ballatone (tipo "Mary", appunto) a brani in cui sono le chitarre a farla da regine ("Aiutami aiutami"). Il brano che dà il titolo all'album, qui presente anche in versione reprise, merita comunque la menzione: perché, come dice lo stesso Zarrillo, "è positivo e indica disponibilità verso il mondo". E di disponibilità, ultimamente, c'è tanto bisogno.
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MIDNIGHT OIL - Redneck wonderland L'ultimo degli australiani Midnight Oil ci propina la solita robusta dose di graffi (per lo più) e carezze. E di quei suoni un po' inusuali tipici delle rock band australiane. Nessuna svolta clamorosa nella direzione muiscale della band, ma nessun nosioso "già sentito". Un album onesto con un sapore esotico che a volte incuriosisce.
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MIKE OLDFIELD - Tubular bells - 1973 Realizzare un brano strumentale di 49 minuti, anche nei "progressivi" primi anni '70 era sicuramente una scommessa. Poteva accettarla solo una piccola etichetta votata all'alternativa e alla sperimentazione, così nel '73, la neonata Virgin consegnò ad uno sconosciuto musicista per nove mesi uno studio di registrazione e il risultato furono i dieci milioni di copie vendute di "Tubular Bells". Detto così sembra niente, ma chi mai poteva prevedere che un'operazione del genere avrebbe avuto un tale successo commerciale? Alla Virgin dovevano essere pazzi o geni, in ogni caso la faccenda funzionò talmente bene che quel lungo brano che incatenava in un impercettibile crescendo, che avvolgeva nelle spire dei suoi mille temi che si intersecavano, comparivano e scomparivano, che affascinava con suoni anche desueti e soprattutto con l'impasto sonoro che derivava dalla loro fusione, funzionò splendidamente. Tubular bells divenne in poco tempo uno dei momenti musicali più sfruttati e saccheggiati da cinema (la colonna sonora dell'Esorcista), televisione (innumerevoli sigle e sottofondi), pubblicità, ecc. ma per Oldfield fu una autentica maledizione. Come spesso succede, esordire con un trionfo sistema il conto corrente, ma ti marchia per sempre. Dopo le campane tubolari, Oldfield proseguì con questo genere di operazioni musicali realizzando almeno due album eccellenti come "Ommadown" e "Hergest ridge"m ma poi perdendo smalto e interesse da parte del pubblico. L'unica soluzione che allora seppe trovare fu "pistiare e ripistiare nello stesso mortaio". Così di Tubular Bells ora si contano una quantità indefinita di versioni, ricostruzioni e riedizioni in studio e dal vivo, più sequel di Rocky e forse solo una che meriti veramente il plauso, quella orchestrale realizzata da David Bedford e la Royal Symphony Orchestra in grado di mettere in luce risvolti musicali che la versione originale nascondeva. Tuttavia la cristallina, semplice perfezione di quel primo capitolo non sarebbe più stata raggiunta restando tanto più lontana quanto più disperatamente veniva ricercata.
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MILES DAVIS – In a silent way – 1969 Ho 15 anni, i miei sono già a letto, smanetto con la tv e becco questo trombettista che suona qualcosa di incredibile. Con lui c'è il mio adorato Chick Corea… Un concerto pescato chissà dove e finito in braccio a mamma Rai chissà come. Sono in trance.
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MINA - Sconcerto Servono un paio di canzoni per capirlo, ma alla fine la cosa appare abbastanza evidente: i brani di Modugno che costituiscono questo album sono solo un pretesto. Un pretesto per un bell'esercizio di stile da parte di una voce leggendaria e di un pugno di grandi jazzisti. I brani di Mimmo vengono rivisitati completamente, spesso ignorando gli originali, altre volte restandovi fedeli: non importa. Quello che conta è che ci sia del materiale (qualunque esso sia) sul quale possa liberarsi la maestria di Mina e dei suoi amici. Se si voleva realizzare un tributo a Modugno l'operazione non può dirsi del tutto riuscita perché lo spirito dei brani originali spesso si perde, se si voleva fare un album di jazz, è riuscita perché questa è comunque grande musica fatta da grandi musicisti.
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MINA - Signori... Mina Quattro imperdibili cd della grande interprete nei suoi anni ruggenti, contenenti registrazioni per decenni rimaste sepolte in qualche archivio tratte da trasmissioni televisive come Studio Uno, Canzonissima, Teatro 10 o Milleluci. I duetti con Gianni Morandi, Rita Pavone, Milva, Fred Bongusto e, soprattutto, quello storico con Lucio Battisti, rappresentano pagine della storia della nostra musica leggera che devono poter trovare posto nella discoteca di chiunque.
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MINA - Studio Collection E' praticamente impossibile compilare una raccolta di canzoni di Mina che accontenti tutti: chi ama quella degli anni '60, irriverente e "urlatrice", chi quella degli anni '70, sofisticata e battistiana, chi quella degli anni '80, sorniona e indolente, chi quella degli anni '90, semplicemente indefinibile.Questa collezione raccoglie 34 canzoni che datano tra il '70 e il '97, scelte senza alcun senso logico apparente. Però qui ci sono quattro brani finora usciti solo su singolo e questo, per i collezionisti riveste un certo interesse. E poi c'è la grande voce della Tigre e questo dovrebbe bastare a chiunque.
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MINA CELENTANO - Mina Celentano La confezione lussuosissima e giustifica (appena un po') il prezzo spropositato del cd. Del resto quella era la giusta vetrina per quello che forse è stato l'evento musicale italiano della fine degli anni '90. Due grandi decidono di fare un disco assieme: all'estero avviene comunemente, in Italia è un avvenimento. Ma le classifiche hanno detto che l'idea era buona dunque... Per quanto riguarda le canzoni, già al terzo brano prende una noia mortale, ma forse la musica, di tutto questo progetto, è la componente meno importante.
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MODENA CITY RAMBLES - Raccolti Se si supera il preconcetto (leggittimo) per cui non ha molto senso che degli emiliani facciano folk irlandese, questo album non può che piacere. Si tratta di un live e che come tale riporta nello stereo il gruppo modenese nel momento in cui da sempre dà il meglio di sè: quando è sul palco. I Ramblers hanno tiro, energia, scrivono belle canzoni e si sente che ci credono (il che non è poco, sappiatelo). I Raccolti di questi irishmodenesi sono fecondi.
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MOLTHENI - Fiducia nel nulla migliore - 2001 C'è una sorta di tristezza di fondo in questo album. Non disperazione, intesa come mancanza di speranza, nichilismo, ma certo le cose non vanno come, secondo il musicista bolognese, dovrebbero andare. C'è fiducia, ma anche il nulla nel titolo e nei contenuti di questo lavoro. Piacerà a chi non crede che tutto cominci e finisca negli show del sabato sera, nelle Letterine e nelle Veline, nei miliardi promessi nei quizshow e in quelli che qualcuno vince al superenalotto. Musicalmente Moltheni potrebbe anche essere l'omologo maschile della Carmen Consoli più acida, in molti momenti i loro discorsi sembrano correre paralleli: questo disco è distorto e aggressivo, la sua musica graffia e graffia quello che Moltheni canta e COME lo canta. Indie rock alla bolognese, se solo la definizione ha un senso. |