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LAURYN HILL - The miseducation of L. H. La chiamano musica urbana, si tratta di un misto di rap, hip hop, rock, soul... insomma un po' di tutto corredato da suoni modernissimi e da testi che vengono dalla strada e non hanno troppo tempo per romanticismo e svenevolezze. Lauryn Hill (proveniente dalla tribù dei Prodigy) è la principale esponente femminile del genere e riesce in maniera quasi miracolosa a mantenersi in equilibrio tra graffi e sorrisi (di cui non è bene fidarsi troppo). Mi ricorda un Prince al femminile e questo vule essere un complimento.
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LED ZEPPELIN - III -1970 L'esaltante vicenda dei Led Zeppelin non inizia con gli anni '70: anzi, l'inizio del decennio fa pensare a molti che Page, Plant, Bonham e Jones abbiano già dato il massimo. Cosa che in parte purtroppo è vera. Eppure, 1970 e 1971 portano ai milioni di fans del gruppo ancora due album di grandissima bellezza: questo III e il successivo IV.La vicenda del gruppo inglese era iniziata appena due anni prima dalle ceneri degli Yardbirds: Jimmy Page aveva sostituito il grande Jeff Beck alla chitarra e ciò che ne era uscito era uno strano miscuglio di blues, rock duro, psichedelia e reminiscenze folk, che sapeva molto di anni '60 (ovviamente) e molto di un cibo strano che nessuno aveva ancora assaporato ma che sarebbe diventato comunissimo di lì a poco: l'hard rock. Fu un successo immediato, travolgente: i primi due dischi vendettero milioni di copie grazie a brani rimasti nella storia del rock come "Communication breakdown", Whole lotta love", "Moby Dick" o "Heartbreaker" ma questo terzo capitolo portò il discorso della band ancora più avanti. Il terzo album dei Led Zeppelin era tanto atteso che dovette uscire con una copertina provvisoria: né discografici né pubblico potevano più aspettare (vendette alcuni milioni di copie in due mesi) e, appena messo sul piatto, molti pensarono francamente che il solo attacco dell'iniziale "Immigrant song" valesse buona parte dei soldi spesi. Quando arrivarono a "Since I've been loving you" quasi tutti erano convinti che sarebbe stato impossibile spenderli meglio, quei soldi. Ecco: l'universo musicale dei Led Zep, ben più variegato e composito di quanto si potrebbe pensare, oscilla tutto fra il devastante brano d'apertura e questo blues che è uno dei più intensi, struggenti ed emozionanti blues mai scritti o cantati. Un universo musicale che prevedeva anche puntate nel folk ("Tangerine", "Gallow pole"), chitarre acustiche e archi ("Friends") e atmosfere bucoliche ("That's The Way"). Certo questo eccletismo non era universalmente apprezzato. In particolare molti cominciarono a rimpiangere le bordate cui Page e Plant li avevano abituati nei dischi precedenti, molti (come si diceva all'inizio) iniziarono a considerare finita la vicenda del Dirigibile, ma avevano torto: di lì a poco il gruppo avrebbe tirato fuori il brano che gli avrebbe consegnato per sempre l'immortalità: una lunga scala che saliva verso il cielo.
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LED ZEPPELIN - IV - 1971 All'inizio degli anni '70, le cose più interessanti in ambito rock avvengono in Inghilterra. 15 anni prima l'America aveva inventato il rock'n'roll, negli anni '60 aveva insegnato al mondo lo slogan Peace & Love, ma col nuovo decennio la creatività vera sembrava aver cambiato sponda dell'Atlantico. Così l'Inghilterra era in fermento e i Led Zeppelin, in questa situazione, si trovarono a realizzare il quarto album dopo che i primi due avevano entusiasmato critica e pubblico e il terzo aveva lasciato perplesso chi si attendeva dalla band solo un suono duro e potente. In più Plant & Co. erano finiti nel mirino della stampa per certi atteggiamenti poco ortodossi e proprio questo forse li portò, prima di tutto, alla drastica decisione di eliminare dal disco qualsiasi elemento estraneo alla musica. Con grande riprovazione dell'Atlantic, il disco uscì addirittura con una copertina su cui non compariva né il nome del gruppo, né il titolo dell'album che per comodità venne denominato "IV", ma anche "Four Symbols" (dal fatto che all'interno della copertina erano riportati quattro simboli magici), o "Zo-So" (dal simbolo legato a Jimmy Page). Come ricorderà anche Page successivamente, l'intenzione era quella di focalizzare l'attenzione esclusivamente sulla musica, eliminando qualsiasi elemento "mondano". Errore clamoroso! Tutto ciò contribuì invece a distrarre i fans dalla musica, a farli soffermare anche troppo sulla copertina, prima di accantonarla e mettere il disco sul piatto. E tutto ciò era poi del tutto inutile, perché fin dalle prime battute del primo brano, l'urlo selvaggio di "Black Dog", la musica del "quarto" dei Led Zep avrebbe di per sè cancellato qualsiasi altra cosa.Niente di nuovo, sotto il sole della premiata ditta Page & Plant, ma blues, rock and roll, folk, hard rock che avevano già caratterizzato i precedenti lavori dei 4, qui trovano un bilanciamento miracoloso mai prima di quel momento raggiunto.Il disco ha un inizio esplosivo: "Black dog" e "Rock'n'roll" sono la risposta senza polemiche a chi aveva tacciato gli Zeppelin di troppa "morbidezza" ai tempi di "III", ma "The Battle Of Evermore" sembra dire: "Noi non siamo "solo" un gruppo hard. Pensate quello che vi pare ma i Led Zeppelin sono molto di più e molto altro". Così, cari fans da rock duro ecco tutto per voi un tripudio di chitarre acustiche, mandolini, dulcimer e anche Sandy Denny, dei Fairport Convention a duettare con Plant in un brano dal sapore folk medievaleggiante. Poi l'apoteosi. Tutto è già stato detto su "Stairway To Heaven" e mai come in questo caso, "tutto" equivale assolutamente a "niente", inutile quindi sprecare altro fiato e inchiostro: ci vanno orecchie e cuore e non bocca e chiacchiere per uno dei monumenti della storia della musica rock, il confronto col quale sarebbe impietoso per qualsiasi altro spartito. E questo vale anche per le canzoni del secondo lato. La delicata ballata di "Going To California", la sfrenata "Misty Mountain Hop", il blues di "When The Levee Breaks, un brano di Memphis Minnie del 1928, sono tutti momenti eccellenti, ma dopo "Starway" semplicemente scompaiono. Perché quando sali la scala per il cielo, dopo puoi solo scendere: e i Led Zeppelin avrebbero dovuto accorgersene fin dal disco successivo.
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LISA GERRARD AND PATRICK CASSIDY - Immortal Memory - 2004 Non abbiate fretta con questo disco. Come non si può aver fretta di respirare. Questa musica vuole i suoi tempi e i suoi ritmi, i ritmi di una calmo, sereno, respiro. Questa è musica che va respirata. Fatela entrare in voi. L'ex cantante dei Dead Can Dance raggiunge forse il segno più alto della sua ricerca, dell'intensità della propria musica… Pensate a qualcosa che sta tra i Clannad (ma meno facilone), certo minimalismo alla Nyman (ma meno altezzoso), Enya (ma meno zuccheroso), magari gli Enigma (ma meno volgare) e vi avvicinerete alla musica di questo disco: ma avvicinarsi non serve: se volete capirla, questa musica va respirata.
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LISA STANSFIELD - face up - Ora, ci rendiamo conto che per Lisa Stansfield recuperare una propria identità tra tante primedonne del pop possa alla lunga costituire un problema, ma crediamo che non sia una soluzione riproporre sempre la stessa minestra per rendersi immediatamente riconoscibile. Praticamente tutti questi brani ripropongono "The real thing". Cambiano i testi, cambia qualche nota, ma non la sensazione di star sempre ascoltando la stessa canzone. Rinnovarsi nella continuità stilistica, come si dice, è affare complesso, ma prima o poi la Stansfield o chi per lei dovrà metterci mano
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LISA STANSFIELD - The Remix album - E' successo che alcuni remix di vecchi brani di Lisa Stansfield abbiano avuto un successo clamoroso in America. Per sfruttare il momento, questi remix sono stati raccolti in un album. Questo. Niente di particolarmente nuovo sotto il sole, ma se quasi tutte queste versioni hanno raggiunto il numero 1 in classifiche dance il motivo ci sarà. L'album dura oltre 75 minuti e contiene due versioni di "The real thing", "I'm leaving", "Never never gonna ghive you up", "Never gonna fall" più due remix di "The line" e "People hold one". Il tutto dovuto a personaggi come Flankie Knuckles, Hex Ektor o Junior Vasques
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LITFIBA - Infinito - Per qualche motivo Pelu e Ghigo hanno deciso (non si sa quanto di comune accordo) di cercare un'improbabile avvicinamento stilistico ai Pooh (con tuitto il rispetto per i Pooh, la cui coerenza e vitalità artistica andrebbero sicuramente prese ad esempio). Non c'è dubbio che a molti questo disco tutt'altro che disprezzabile piacerà. Il fatto è che i Litfiba ci avevano abituato a tutt'altra grinta, tutt'altra passione, tutt'altra potenza... Con questo pop livigato del quale si sentiva già l'odore nel disco precedente i Litfiba incazzatio di "Tex" o "Cangaceiro" (per non parlare di quelli di "3" o "17 re") non dovrebbero proprio avere niente a che fare, invece...
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LITFIBA - Re del silenzio 1994 La vecchia casa discografica dei Litfiba pubblica questa raccolta (di settanta minuti) con inedito, contemporaneamente al doppio live di Piero Pelù e soci realizzato per la nuova etichetta. Giochetti commerciali che con il processo artistico hanno poco a che vedere, sperando che i fans della band a due mega raccolte non preferissero invece un album di canzoni nuove.
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LOLLIPOP - Popstars - 2001 Come è noto, quello delle Lollipop è un progetto costruito a tavolino in base ad un format televisivo importato dall'estero e ad un accordo con una casa discografica. In esso, quindi non c'è assolutamente niente di artistico, creativo o spontaneo. Difficile quindi valutare questo lavoro con i parametri "tradizionali", quelli che ti fanno dire di un disco che secondo te è brutto o bello, ma che suppongono comunque che vi sia dietro un impulso artistico e non un semplice, puro e dichiarato calcolo commerciale: costerà X, renderà Y. Proviamoci, comunque: la canzonette sono quanto di più banale e commerciale possa essere prodotto, il ritornello dell'hit "Down down down" suona sentito e risentito, gli altri non rimangono in memoria neanche per il tempo che durano... Impossibile giudicare le ragazze: oggi in sala d'incisione farebbero sembrare Whitney Houston anche una capra: potrebbero essered dei fenomeni o stonate come campane, e chi lo sa? L'importante è che non si credano delle star solo per essersi prestate ad un'operazione di questo tipo.
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LOREDANA BERTE' - Traslocando - 1982 All'inizio degli anni '80 Loredana Bertè visse il suo momento migliore. Nell'82 uscì questo Traslocando dovuto in buona parte alla penna e al fosforo di Ivano Fossati, un capolavoro assoluto trainato, all'epoca, dal successo di Non sono una signora. Ma a parte il singolo di successo, qusto disco andrebbe riscoperto per alcune "perle" come Traslocando, Nontte che verrà scritta da Mia Martini, Madre Metropoli, Per i tuoi occhi ancora, Stella di carta, e si potrebbero citare tutte. Ascoltate oggi, queste canzoni suonano ancora attualissime e non hanno perduto nulla della loro bellezza. L'anno dopo sarebbe uscito l'altrettanto splendido Jazz, poi sarebbe iniziato un lento declino. Purtroppo credo che nè Traslocando nè Jazz siano stati (colpevolmente) ristampati in cd, ma cercare il vinile sul mercato dell'usato potrebbe essere una splendida idea. |
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LOU REED - Live in Italy - Il live più celebrato di Lou Reed è lo storico "Rock'n'roll animal", ma è questo, di dieci anni più recente, il più completo, per molti il suo migliore album dal vivo in assoluto. Registrati nella fortunatissima tournèe italiana di vent'anni fa, questi 75 minuti di musica (originariamente un doppio vinile) ci restituiscono l'anima più rock, trasgressiva e graffiante del musicista americano all'apice della propria carriera. In questo album, rispetto a "Rock'n'roll animal" i vecchi classici ci sono tutti, e in particolare "Walk in the wild side", "I'm waiting for my man", "Sally can't dance", "Satellite of love" e molte altre che là, colpevolmente, mancavano. In ogni caso, per stare dalla parte dei bottoni, la BMG li ristampa entrambi a prezzo irrisorio.
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LUCA CARBONI - Carovana - A chi piacerà questo disco? Probabilmente non a quelli cui è piaciuto "Le ragazze", pezzo di imbarazzante insipenza, perché questo lavoro è di tutt'altra pasta. Le canzoni hanno spessore, sia nei testi sia nelle musiche rimandano al Carboni più riflessivo, quello di "Persone silenziose", per intenderci. Alcune intuizioni notevoli pongono momenti come "Caldino", ad esempio, o "La casa" tra le cose migliori di Luca. "Le ragazze" è l'unico pezzo che sembra costruito apposta per le radio e per martellarci per un'estate: lo possiamo considerare il cavallo di Troia per appioppare agli acquirenti momenti di ben altra levatura, ma rischia anche di tenere lontano dal disco quelli che da Carboni (giustamente) pretendono ben di più che due accordi e un testo scontato. E questo sarebbe un peccato.
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LUCA CARBONI - Diario Carboni 1993 Doveva essere un album dal vivo e invece dal vivo qui ci sono solo un pugno di brani, accanto a qualche vecchio cavallo di battaglia rimesso a nuovo e a quattro inediti. Tra questi ultimi segnaliamo in particolare Spider, pezzo assolutamente fuori da ogni logica... Carbonesca. L'operazione è vincente, i brani, sia quelli nuovi che quelli vecchi, suonano maledettamente bene e il successo anche per questo nuo-vo capitolo del bolognese si può dare per scontato.Piacerà a chi... Ha sempre amato Carboni ma sa tenersi al passo coi tempi. Farfallina in versione house e la citatata Spider rischiano invece di scioccare tutti gli altri.
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LUCIO BATTISTI - Don Giovanni Per quanto si è sempre detto bene del Battisti "storico" ("La canzone del sole", "Mi ritorni in mente", "Acqua azzurra acqua chiara", "Ancora tu"...) tanto si è vituperato quello dell'ultimo periodo. Invece questo disco è semplicemente splendido. Si tratta del primo della collaborazione con il poeta Pasquale Panella e a melodie magnifiche si sposano testi di grande intelligenza, pieni di immagini sorprendenti, di giochi di parole, di vivacità e divertimento. Dopo, lentamente, tutto questo si è perso, ma ignorare quest'album o metterlo sullo stesso piano degli incomprensibili "Hegel" o "Cosa succederà alla ragazza" sarebbe un delitto.
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LUCIO BATTISTI - Images Non lo sapevate? Battisti ha cantato in tedesco, in spagnolo e anche in inglese. Sempre con scarsi risultati. Questo disco fu il suo tentativo più convinto. E più deludente, perché il mercato internazionale cui era diretto lo ignorò. Lucio era un fenomeno talmente italiano che all'estero non funzionò mai, eppure queste versioni di "La canzone del sole", "Il mio canto libero", "Amarsi un po'" o "Sì viaggiare" non sono certo disprezzabili. Certo che gli originali erano altra cosa. Per i collezionisti: l'lp originale è attualmente valutato quasi un milione e mezzo...
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LUCIO BATTISTI - Anima latina - 1974 Anima latina, uscito nel '74, ebbe una gestazione tutt'altro che facile. Battisti fece un lungo viaggio in Sudamerica e Brasile e al ritorno iniziò a scrivere il disco. Giunto al termine, buttò tutto via e ricominciò da capo. E' quindi il disco più "pensato" di tutta la produzione del musicista che era meticolosissimo in sala d'incisione, ma molto più immediato in fase compositiva. Il motivo di questo lavorìo è probabilmente da ricercarsi nel tentativo di mettere a fuoco e conciliare sia le influenze latine "assorbite" durante il viaggio (che comunque, alla fine, sono ben poco presenti, almeno in maniera palese), sia quelle provenienti dal periodo migliore del rock progressivo inglese di Genesis, ELP, ecc. Sappiamo che Battisti era musicalmente una "spugna": in tempi successivi, beat, r'n'b, progressive (appunto), disco music, new wave, minimalismo, ecc. sono finiti nella sua musica, rielaborati nel proprio personalissimo stile. Quindi non stupisce il (faticoso) tentativo di conciliare i due universi musicali distantissimi che in quel momento lo stavano interessando. Il risultato è un lavoro che dal progressive prende la rinuncia alla "forma canzone" per l'adozione di costruzioni più libere, meno vincolate alla classica struttura strofa/ritornello/strofa, con lunghe introduzioni e lunghe code strumentali in brani che si saldano gli uni agli altri a formare una sorta di continuum musicale. In esso fanno la sua comparsa momenti di ispirazione latina soprattutto nella vocalità vicina al "cante jondo", nell'uso delle percussioni, in un certo "spirito", un un'anima (appunto) latina, più che nell'adozione di una forma musicale banalmente riconoscibile (sarebbe stato troppo "facile" fare un samba o un tango: Battisti cercava qualcosa di più sottile e nascosto). Tale complessità musicale era assecondata dai testi di Mogol, fino a quel momento mai così oscuri, spesso criptici, in grado di suggerire immagini e sensazioni, più che raccontare storie compiute. Testi anche poco intelligibili per la decisione di tenere il cantato piuttosto "sotto" la traccia musicale. Un disco complesso, quindi, dove solo "I due mondi" poteva avere grande appeal su un pubblico abituato a un Battisti molto più accessibile. Nonostante questo, il disco rimase 65 settimane in classifica di cui 13 al primo posto. Ma era il periodo in cui in classifica c'erano i Gentle Giant, i King Crimson, i Genesis, Emerson Lake and Palmer, tra i lavori dei quali, Anima latina sicuramente non sfigurava.
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LUCIO DALLA - Com'è profondo il mare - 1977 Questo è un album cruciale. Nella storia di Dalla e in qualche modo, in quella della canzone italiana. Il (non ancora) cantautore bolognese arrivava da una lunga storia artistica fatta di jazz, all'inizio, lunghissimi anni nel sottobosco della canzone italiana, e, in tempi più recenti, da tre album magistrali ma forse troppo cerebrali per acchiappare il grande pubblico, realizzati con il fondamentale apporto del poeta Roberto Roversi ("Il giorno aveva 5 teste", "Anidride solforosa" e "Automobili"). Ma a questo punto, siamo nel 1977, Dalla decide di fare tutto da solo: una decisione coraggiosa, perché, in un momento in cui Dalla deve decidere se restare un cantautore di culto per pochi eletti o cercare di agganciare un pubblico più vasto, si assume praticamente la prima volta (se si esclude un episodio di molti anni prima: "Non sono matto o la capra Elisabetta") la responsabilità dei testi. Nel momento di prendere la penna in mano, Dalla deve aver pensato a quale linguaggio adottare. Dopo anni a stretto contatto con un poeta come Roversi, non deve essere stato facile calarsi in una realtà linguistica più… concreta, meno immaginifica, più intelligibile, se vogliamo, e tuttavia, non banale, efficace e in qualche modo aderente ad un poetica musicale (nello scrivere musica ma anche nel cantarla) che Dalla comunque aveva sempre avuto. Il risultato di questo lavoro non ha quasi nessuna delle incertezze o delle ingenuità dell'opera prima: questo disco offre alcuni momenti che non sono resteranno dei capisaldi nel percorso artistico di Dalla, ma che rappresentano alcuni tra i massimi momenti della canzone d'autore italiana. "Corso Bueno Aires", ad esempio, ricca di invenzioni linguistiche straordinarie che, di pari passo con uno svolgimento musicale nervosissimo, riescono a rendere perfettamente la frenesia metropolitana; "Disperato erotico stomp", la più agghiacciante descrizione di un'assoluta, disperata solitudine, resa ancora più devastante da un tono leggero, quasi scanzonato; "Quale allegria", sconsolata considerazione sull'impossibilità a comunicare… Ecco: ascoltandolo distrattamente è difficile accorgersene, ma questo è un disco di una disperazione assoluta. Seppur mascherata da una grande leggerezza nei toni (non nei concetti!), da una grande facilità musicale, da ariette divertenti, coretti femminili, strizzatine d'occhio, da una voce che svolazza duttile, nervosa, ironica, incredibilmente espressiva…Disco cruciale per Dalla, si diceva, perché rappresentò la migliore dimostrazione di un'abilità fino a quel momento non compiutamente espressa, e quindi il viatico per un percorso che lo avrebbe visto realizzare altri due capolavori con gli album successivi a chiudere il vecchio decennio e a iniziare il nuovo. Poi sarebbero venuti per il musicista momenti meno felici e una strada sempre più difficile da percorrere. Ma questa è tutt'un'altra storia…
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LUCIO DALLA - Dalla - Fra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, Lucio Dalla realizzò tre dischi che trovarono un magico equilibrio tra altissima qualità poetica e musicale, e facile ascolto. Questo è uno di questi dischi: uscito del 1980, contiene alcuni tra i momenti più alti della carriera del musicista bolognese: "Balla balla ballerino", "La sera dei miracoli", "Cara", "Futura"… Canzoni "facili" in quanto immediatamente "comprensibili", ma anche poeticamente profonde, ricche di grandi intuizioni musicali e letterarie. Dopo, questo magico equilibrio si sarebbe rotto, dapprima Dalla avrebbe cercato una maggiore complessità perdendo la propria immediatezza, quindi avrebbe recuperato immediatezza, a discapito della qualità del proprio lavoro. Ma questo disco (assieme a "Com'è profondo il mare" e "Lucio Dalla") rimane come uno dei migliori prodotti di Dalla e uno dei vertici della nostra canzone d'autore.
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LUIS BACALOV QUARTET - Tango and around - 2001 Luis Bacalov ha scritto canzoni negli anni '60, rock negli anni '70 (il "Concerto grosso" per i New Trolls, "Contaminazioni per il Rovescio della Medaglia), colonne sonore negli anni '80 e '90. ha vinto un oscar per la musica de "il postino" e oggi si ciomenta col tango. tra tutte le sue esperienze, questa sembra però la più naturale, la più... inevitabile. Perché lui, argentino, col tango ci è scresciuto e, alla fine, al tango doveva tornare. Quasto album raccoglie sue composizioni, composizioni dei suoi compagni di viaggio (i grandi Giovanni Tommaso (contrabbasso), Ulises Passarella (Bandoneon), oltre al figlio Daniel alle percussioni) e, inevitabilmente, due brani del grande maestro Astor Piazzolla. Lo stile compositivo di Bacalov, che comunque firma la maggior parte delle tracce, è fedele alla lezione di Piazzolla, ma anche attento a proseguirne (e non solo a ripeterne) il percorso, lo stile pianistico è brillante e conciso. Come richiesto dal genere. Una gioia per gli orecchi degli appassionato di tango, per far ricredre quanti credono che con Piazzolla sia morta buona parte di questa musica.
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