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JEFF BUCKLEY - Grace - Sony - 1994

Finiremo per rimpiangere Jeff Buckley quanto abbiamo rimpianto il padre Tim. Ce ne accorgiamo ascoltando quanto del genio del padre era trasmigrato nel figlio. E questa musica rock, quanto ha bisogno di genio... Jeff era un cantante di grandissimo livello che aveva preso dal padre l'amore per la ricerca e per l'uso non banale della voce. Ed era un autore di grande talento. Queste canzoni si muovono tra Pearl Jam ("Eternal life"), Leonard Cohen ("Hallelujah") e Led Zeppelin ("Mojo pin"), come dire la storia degli ultimi trent'anni di grandi canzoni condensata nel genio di un unico musicista. Quando uscì, questo disco era forse troppo "avanti" e troppo "lontano" da quello che in quel momento andava. Però questo disco, a differenza di tanti che allora scalarono le classifiche, resterà in una piccola, nascosta nicchia della storia del rock.

 

JENNY SORRENTI - Medieval Zone - 2001

A Jenny Sorrenti e al suo gruppo (di tanti anni fa) dobbiamo uno degli album più belli mai prodotti in Italia: "Saint Just" del 1973. Forse per parlare di questo "Medieval Zone", disco di abbagliante bellezza, dovremmo partire da quel vecchio album. Perché in quelle eteree ballate c'era già il germoglio di ciò che ascoltiamo ora. Chi non conosce quel disco e la strada fatta da jenny dopo, può incontrare queste canzoni e lasciarsi trasportare dalle atmosfere celtiche, dalla voce magica di una delle più fenomenali cantanti italiane di sempre e pensare anche "anche noi abbiamo la nostra Enja". In realtà, "la nostra Enja", come si diceva, viene molto da lontano. Viene da Napoli (anche se Jenny ha madre gallese), viene da quel disco, e da allora e da là ha compiuto un percorso che ha finito per legare musica celtica e musica antica partenopea sfruttando parallelismi numerosi einsospettabili. Ecco perché questo non è assolutamente solo il disco di chi ha il talento, la cultura e la sensibilità per fare ciò che altri, in ambito celtico, fanno all'estero (Clannad, Enya, Maire Brennan...), ma la summa di un percorso artistico indipendente da quelli e che non poteva che portare a questo esaltante risultato.

 

JETHRO TULL - Nightcap 1994

Quasi mai avviene che vengano registrati solo i brani che poi vengono effettivamente inclusi in un album. E a volte capita addirittura che interi dischi vengano registrati e per qualche motivo non escano mai. Questo doppio cd dei Tull è dedicato proprio a qusto tipo di materiale: un album del 74 registrato in Francia e mai uscito e vari brani dal 73 ad oggi esclusi da questo o quel disco. Non si pensi comunque a scarti: il materiale è davvero ottimo e degno del miglior Ian Anderson.

 

JETHRO TULL - Aqualung - 1971

"Aqualung" è probabilmente l'album più noto dei Jethro Tull, ma forse anche il più discusso e controverso. In qualche maniera rappresenta per Jan Anderson e compagni ciò che "Dark side" ha rappresentato per i Pink Floyd: lo spartiacque tra due momenti delle band. Nel caso dei Jethro, Aqualung sconcertò la critica che fino a quel momento aveva apprezzato il vivace folk rock venato di jazz e blues di "This Was", "Stand Up" e "Benfit", non ne apprezzò il suono fattosi più raffinato e variegato e le costruzioni musicali divenute più complesse e articolate. Lo liquidò come pomposo e pretenzioso (e non avva ancora sentito "Thick as a brick"!), e sotto sotto, probabilmente mal digeriva il protagonismo di Jan Anderson che stava diventando assoluto. Cosa c'era di vero in queste critiche? L'album uscì nel 1971, il progressive rock stava decisamente mettendo fuori la testa e i Jethro non potevano non accorgersene. Non siamo ancora alle lunghe suites di Thick as a brick (ottima) e A passion play (molto inferiore), ma i germi ci sono già. La critica, però, non c'era ancora arrivata e, dal canto suo, Anderson non aveva probabilmente messo perfettamente a fuoco quale fosse la direzione da prendere. L'album risulta quindi forse discontinuo, ma certamente contiene anche alcuni brani consegnati pari pari alla storia del rock.Forse decisamente instabile è "Up to me" tra graffi elettrici e meditazioni acustiche, per alcuni suonarono fuori luogo gli archi di "Wond'ring aloud", ma il respiro della locomotiva ("Locomotive breath") è stato il respiro torrido di tutta una generazione, "Himn 43" possiede uno dei riff più saccheggiati della storia del rock, la title track stessa, svolgendosi tra continui cambi di tempo e atmosfere, riesce a fondere in maniera semplicemente perfetta strumenti acustici ed elettrici in un equilibrio magico (proprio quello che mancava alla citata "Up to me"). Dopo aver toccato i propri vertici in ambito folk rock con i lavori precedenti e in ambito progressive con "Thick as a brick", i Jethro tull sarebbero scivolati in un'aurea mediocritas non priva di rari momenti di buon valore ("Songs from the wood") come di episodi di cui i vecchi fans avrebbero, sicuramente e molto volentieri, fatto a meno.

 

JOHN LENNON - Imagine - 1971

All'indomani della fine dei Beatles, Lennon pubblicò questo disco che in qualche modo è rimasto nella storia essenzialmente per la celebratissima title track e per "Jealous guy", altro grande successo. Rispetto al precedente "Plastic Ono Band", Lennon adotta arrangiamenti più ariosi e variegati, più accondiscendenti verso un pubblico sempre più predisposto verso le melodie di George e Paul che verso la sua acidità, e si contorna di eccellenti musicisti. Il sax di King Curtis è trascinante in "I don't wanna be a soldier", e magica come sempre la chitarra di Harrison in "How do you sleep" e "Gimme some truth". I contenuti, però, sono a volte contradditori. L'impegno politico è ben presente in "Gimme some truth" e "I don't wanna be a soldier", l'odio verso McCartney (da parte di chi nello stesso disco canta "Immagina che tutta la gente viva in pace"!) trasuda da "How do you sleep", nello stesso modo in cui l'amore per Yoko anima il country di "Oh Yoko" e le belle ballate "Jealous guy" e "Oh my love". E poi c'è "Imagine", che è sempre stata considerata come una delle canzoni più belle del secolo passato, la summa di tutto ciò in cui Lennon credeva. Una canzone che, ammantata da una musica affascinante e di facile presa, ripropone in realtà la frusta, generica, utopia "Peace & Love" in ritardo perfino sulla stagione hippy naufragata nel fango di Woodstock, auspica un mondo in cui tutti vivano liberi da preoccupazioni e responsabilità, un mondo in cui non esistano religioni in cui credere e niente per cui battersi e combattere… Quanto poi sia vano preconizzare un mondo diverso sostenendo allo stesso tempo che niente si debba fare per cambiarlo ("imagine all the people living for today") è un concetto che probabilmente sfugge a quanti reputano "Imagine" una canzone da prendere a modello per una filosofia di vita.

 

JULIO IGLESIAS - Sono un pirata sono un signore - 1978

Che piaccia o no, Julio Iglesias ha impersonificato tutto un filone della musica degli anni '70. Un filone musicale cui peraltro in Italia eravamo abituati da sempre. La "canzone melodica italiana" era quella che, negli anni '50 e '60, aveva portato la nostra musica nel mondo, quella che (ahimè) sarebbe rimasta per sempre un marchio di fabbrica, quella che (ahimè) avrebbe per decenni tolto credibilità ai nostri gruppi rock. La "canzone melodica italiana", che piaccia o no, è la "nostra" musica, e non si pensi che sia scomparsa con Claudio Villa o Nilla Pizzi: ascoltate Andrea Bocelli o Laura Pausini (che guarda caso sono gli unici nostri artisti da esportazione) e ditemi se le loro canzoni sono tanto diverse da quelle sciorinate a suo tempo da cantanti che oggi tendiamo a snobbare. Iglesias, dunque: arrivò in Italia a metà degli anni '70 cantando canzoni che gli orfani di Iva Zanicchi e Claudio Villa non riuscivano più ad ascoltare, e le cantava con una voce calda e liscia, e poi era bello, appassionato e… spagnolo! Con quel modo irresistibile di arrotare le "erre", sibilare le "esse" e scivolare sulle "gn", lanciava occhiate assassine e cantava con una mano sul cuore… Poteva mai fallire? Non fallì. Grazie anche al lavoro del paroliere di fiducia Gianni Belfiore, il suo esordio fu già vincente ("Manuela", 1975) e altrettanti hit furono i singoli successivi: "Passar di mano", "Se mi lasci non vale", "Pensami"... Nel '78, finalmente il primo album: questo. Dentro ci sono almeno tre brani rimasti nell'immaginario collettivo: "Sono un pirata sono un signore", "Pensami" e "Abbracciami", ma tutti rappresentano molto di ciò che musicalmente siamo (ci piaccia o no) e che siamo stati. Probabilmente di ciò che saremo per sempre. Non è il disco migliore di Iglesias, questo, perché sono tutti migliori! Pensate che alla fine l'Italia si sia stufata del bel Julio? Sbagliato! Fu Julio a voler cercare altri lidi. E li trovò, eccome! Prima fece boom in Inghilterra e poi, negli anni '80 divenne una star negli USA, merito di un manager che conosceva ciò che stava maneggiando perché ci era cresciuto in mezzo: Tony Renis. Ma questa è un'altra storia…

 

JIMI HENDRIX - Blues - PolydorJimi suonava anche blues, come no?, solo che le sue cose migliori o non erano mai uscite o erano state pubblicate poco e male. Questo album raccoglie alcune chicche imperdibili per gli appassionati del grande chitarrista, ma anche per quanti di Hendrix conoscono solo l'alone di leggenda ma non la musica.

 

JIMY HENDRIX - Woodstock PolydorIn tempo di celebrazioni di Woodstock finalmente nel '94 è stata pubblicata per intero, con quattro inediti, la performance di Jimi Hendrix su quel palco. Nei graffi della sua chitarra una ribellione che si riconosce in un filo conduttore che va da Little Richard, al punk, al rap più radicale: cambiano le forme sonore: non i contenuti di una rivolta che le generazioni dei giovani dell'ultimo mezzo secolo, purtroppo, sentono sempre il bisogno di esprimere.

 

JOE COCKER - Greatest hits - EMI Cocker è uno che nella sua vita le ha proprio passate tutte. Sopravissuto a stento ad una vita all'insegna di ogni eccesso (ma tra gli anni '60 e '70 andava così), il vecchio leone di Sheffield oggi sembra avviato sul terreno di un tranquillo pop-rock commerciale senza pericoli. Proprio quello documentato da questa raccolta che purtroppo ignora il periodo eroico (e decisamente più interessante) dell'artista: quello in cui passava più tempo al cospetto della bottiglia che del microfono. Ma l'album non è male. Per chi ignora il passato e per chi si accontanta di un tranquillo pop-rock commerciale senza pericoli.

 

JOHN FOGERTY - Premonition -

Forse il nome dei Creedence Clearwater revival non vi dirà nulla, ma le note di una canzone come Proud Mary (rilanciata anche da Tina Turner) vi sono sicuramente famigliari. Fogerty dei CCR era il leader e oggi torna con un album dal vivo che riunisce vecchi classici del gruppo (tra cui Proud Mary) e momenti tratti dalla sua produzione solistica. Una volta questa musica si chiamava "sano e solido rock'n'roll" oggi forse non esiste neanche più! Pero, ragazzi, nonostante gli anni che si portano sul groppone, ascoltare queste canzoni a me fa l'impressione di respirare aria fresca. E sono curioso di sapere che effetto fa a voi.

 

JOHN LEE HOOKER - The best of friends -

Questa è musica del cuore: le mode, l'immagine, gli scandali, il merchandising non c'entrano nulla. Solo musica. Blues, rock, emozioni comunque. John Lee Hooker è stato per mezzo secolo uno dei più grandei bluesman neri e questo album raccoglie alcune sue gemme eseguite con amici del calibro di Carlos Santana, Ben Harper, Los Lobos, Van Morrison, Bonnie Raitt o Ry Cooder. Potrebbe essere l'occasione di fare la conoscenza con un grandissimo e la sua musica.

 

JOVANOTTI - Autobiografia di una festa -

Questo album si sta rivelando un flop. Vai a capire perché: le canzoni che hanno fatto impazzire una generazione di adolescenti ci sono tutte, le versioni sono quelle che hanno trasformato ogni concerto in un trionfo, allora perché i fans non lo comprano? Il prezzo è alto, ma il cd è doppio, non dovrebbe essere solo per quello… Mah, voi che ne dite?

 

JOVANOTTI - Lorenzo 1994 - 1994

Un disco di Jovanotti va valutato dal punto di vista letterario, più che da quello musicale (tra ritmo e parole spazio per la musica ne rimane ben poco), cosa che pone i testi al centro dell'attenzione. In questo lavoro del rapper la lente d'ingrandimento rivela qualche ottima idea (in Serenata rap, Il ballerino, Barabba, Mario) e pochissimi momenti criticabili. Ma quello che più conta è che ad un'indubbia abilità tecnica nel comporre versi ritmici e rimati e ad un notevole spirito d'osservazione (alcune intuizioni hanno del geniale) Jovanotti non coniuga quelle velleità di predicatore che ammorbavano tante tirate di certi cantautori anni settanta. E ciò anche se gli argomenti trattati si presterebbero certamente a qualche scivolata in questo senso. Jovanotti, insomma non ci fa la lezione e di questo, come di un disco eccellente, dobbiamo essergli grati.

 

 

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KENZE NEKE - Kenze Neke

Non siamo più abituati a questo combat rock. A queste invettive infuriate contro certe guerre (non tutte: solo quelle dei perfidi Amerikani, naturalmente). A questa Amerika scritta col k. A questa speranza di rivoluzione (quale, poi?). Non ci siamo più abituati e adesso è difficile capire se sia un bene o un male. Perché il rock si è forse impoverito di contenuti, ma, nelle sue forme più... impegnate (come si diceva una volta), ha anche superato tanta ingenuità. I Kenze Neke vengono, fieri, dalla Sardegna. Questo è il loro quinto album, suggello di una carriera decennale. Gridano in sardo la loro rabbia (sincera, impossibile dubitarne) appoggiandosi ad un rock scarno e primitivo, usando gli strumenti tradizionali senza alcun intento folkloristico. Figli e alfieri di una cultura che oggi i giovanissimi non possono capire e i loro padri non possono più capire. Chi crede e spera ancora in una rivoluzione prossima ventura, in queste canzoni troverà la propria Marsigliese, tutti gli altri solo un commiserevole inno all'utopia. Ed è difficile capire se sia un bene o un male...

 

KOSHEER - Resist - 2001

Con soli tre singoli, gli inglesi Kosheer hanno saputo ritagliarsi uno spazio piuttosto interessante grazie ad uno stile immediatamente riconoscibile. Il progetto di partenza prevedeva di tentare il connubio più felice possibile tra drum'n'bass e melodia pop. Chiunque può intuire i pericoli insiti nell'operazione (ad esempio quello di suonare come un remix degli Abba, per dire), ma evidentemente i tre di Bristol avevano idee sufficientemente chiare per riuscire a produrre un pugno di canzoni piuttosto convincenti e, in alcuni casi, leggermente destabilizzanti. Questi brani danno l'idea di poter costituire la colonna sonora perfetta per un film di fantascenza, musica di un blade runner nel quale, magari senza accorgercene, stiamo gia vivendo o vivremo anche troppo presto. Se siamo già nel futuro questa è la musica di oggi, senno comunque ci arriveremo prima di quanto pensiamo.

 

KRAFTWERK - The man machine - 1978

I Kraftwerk possono essere considerati i veri padri della moderna computer-music. Il loro contributo allo sviluppo della musica elettronica è infatti riscontrabile in molte delle produzioni techno ed electro di fine millennio, dagli Aphex Twin, al minimalismo elettronico di Plastikman, alla techno-trance di Orb ed Orbital. L'intuizione di Ralf Hutter e Florian Schneider Esleben, due studenti del conservatorio di Dusseldorf, fu di usare, all'inizio degli anni '70 e con quel poco che la tecnologia metteva a disposizione, le macchine come strumento compositivo. Dopo alcuni album nei quali i due soprattutto cercarono un linguaggio possibile tra sperimentalismo, canzone e musica concreta, è nel 1974 con "Authoban" (il primo al quale collaborano per la prima volta anche Klaus Roeder e Folfgang Flür) che trovarono la quadratura del cerchio. Contemporaneamente il panorama tedesco era quanto mai fertile: la musica elettronica sembrava un territorio immensamente ricco di soluzioni e possibilità tutte da scoprire: Can, Tangerine Dream, Faust, Ash Ra Tempol, Popol Vuh, ognuno nella loro direzione, ne stava esplorando una parte. Dal canto loro, i Kraftwerk erano interessati ad analizzare nella maniera più compiuta il rapporto sempre più stretto (e alienante) tra uomo e macchina. Un percorso che riguardò non solo la loro musica ma anche lo stralunato modo di porsi sul palco: distaccati ed inespressivi, molto più vicini al mondo delle macchine che non a quello degli esseri umani. E' noto l'episodio in cui i quattro, dopo due brani, si alzarono dalle loro poltrone in platea e salirono sul palco: quelli che tutto il pubblico aveva preso per i musicisti erano in realtà solo dei manichini. Così, se con i primi due album i Kraftwerk si erano preoccupati di trovare un loro particolare suono, con "Ralf und Florian" si erano occupati delle armonie e delle melodie, e in "Autobhan" e "Radio Activity"avevano aggiunto le parole, spesso in tedesco. "Trans Europe Express" fu l'album dell'identità mitteleuropea con un occhio alla tradizione popolare musicale tedesca più autentica, quella del cabaret, e finalmente con "The Man Machine" si completa il discorso sull'identità europea e inizia una nuova fase: presagisce qualcosa che solo dieci anni più tardi sarà una realtà: l'avvento dei calcolatori elettronici sia in ambito produttivo che nella vita di tutti i giorni. Ma attenzione: tutto ciò oggi è visto come alienante e negativo, ma allora non era così. Il gruppo dichiarò all'epoca: "The Man Machine", l'ultimo album, rappresenta per noi una specie di simbiosi, un tentativo di scoprire i parallelismi, le affinità, l'amicizia fra l'uomo e la macchina. È esattamente il contrario di quanto fatto durante gli anni 60 dalla cultura rock, che cercava di scoprire le differenze, e quindi di reagire ad una epoca e quindi ancora di staccarvisi. Crediamo fortemente in questa ricerca: è ciò che tentiamo di fare da quando abbiamo cominciato nel 1970 a Düsseldorf con un vecchio Revox. È la nostra esperienza quotidiana, la scoperta dell'uomo-macchina, essere noi stessi umo-macchina: dimostrare che non è un limite, dimostrare che noi facciamo delle cose meccaniche mentre le macchine fanno delle cose quanto mai umane. Ci siamo avvicinati ad esse come i bambini quando scoprono la vita: ci siamo accorti che sono il riflesso psicologico della nostra esistenza. Quindi ecco il rifiuto delle teorie del secolo scorso (l'uomo dominato dalla macchina) ed una tranquilla, amichevole collaborazione fra l'uomo e la macchina." Per questo la musica dell'album non ha niente di alienante o nevrotico. Certo, è gelida, asettica, parla più al cervello che al cuore, ma ha un suo sottile fascino. Già, ancora non si era capito quanto per l'uomo possano essere pericolose le macchine e quanto possa essere pericoloso affidarvi tutta la nostra creatività. Quello sarebbe venuto dopo: allora c'era solo il piacere della scoperta.

 

KULA SHAKER - Peasants, pigs & astronauts - 1994

Certo a chi abbia più di trent'anni questa musica non dice quasi nulla di nuovo. Le citazioni più evidenti sono tante che questo disco potrebbe essere considerato una sorta di minima enciclopedia della musica degli anni 60-70. Ci sono i Beatles più psichedelici e i Doors, i Led Zeppelin e il Santana più selvaggio, qualcosa dei King Crimson e qualcosa dei Black Sabbath. Tutto mischiato con grandissimo gusto e intelligenza. Bello, tutto molto bello. E già sentito. Così permettetemi un voto alto, assegnato soprattutto dalla mia nostalgia di un periodo musicale che appartiene ai (bei) ricordi. Con la speranza che voi, che trent'anni li avrete chissà fra quanto, siate colti dall'insana voglia di andarvi ad ascoltare gli originali