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GENESIS - Nursery Cryme 1971 La mitologia rock, fino agli anni '70, prevedeva che i suoi eroi fossero brutti, sporchi e cattivi, provenissero da classi lavoratrici e comunque disagiate. Fossero ribelli oppressi in cerca di riscatto. I giovani Genesis, invece, erano di buona famiglia, studiavano in un esclusivo college del Surrey e non cantavano neanche di droga e sesso e macchine rombanti, ma di delicate fiabe, personaggi mitologici e folkloristici. Forse per questo non ebbero immediatamente vita facile. Oltretutto, i loro spartiti rifuggivano dai "soliti quattro accordi", le chitarre e le tastiere cercavano disperatamente suoni nuovi per condurre il gioco sui brani che ignoravano la classica struttura strofa/ritornello e si dilatavano in lunghezze per il tempo inconcepibili. Tuttavia la loro ricetta musicale produceva un piatto che non poteva restare ignorato a lungo e dopo il timoroso esordio di "From Genesis to Revelation" e le ottime intuizioni di "Trespass", ecco arrivare il primo capolavoro di una serie che ne vide almeno 3 o 4: "Nursery Crime": anno 1971. Il disco può essere considerato il primo grande manifesto (non il primo in assoluto) di un rock che si distaccava decisamente da tutta gli stilemi e da tutta l'iconografia precedente. La ricercatezza nei suoni e negli arrangiamenti, la complessità delle composizioni, la profondità dei testi, richiedevano un pubblico attento che non si limitasse a "sentire", ma che si concentrasse ad "ascoltare"… Perchè solo dopo molti ascolti questi brani potevano rivelare tutta la loro grandissima bellezza. La storia grottesca di "Musical Box", l'andamento frastagliato di "Harold the barrell", l'infinita delicatezza di "For absent friends" e "Harlequin", la magia di "Fountain of Salmacis", la composita costruzione di "The return of giant hogweed" mettono in luce tutto ciò che di Peter Gabriel e compagni avremmo amato per sempre e dopo qualche anno grandemente rimpianto: enormi capacità compositive e tecniche e l'incredibile capacità di creare atmosfere in grado di rapire l'ascoltatore. Era la risposta (ma i Genesis non erano comunque gli unici a darla) a chi dal rock voleva qualcosa di più profondo, culturalmente e musicalmente. Certo, si trattava di una strada che avrebbe portato molti musicisti a perdersi tra orpelli e merletti, ma qui, ancora i ricami sono estremamente funzionali, il racconto non si fa mai prolisso, mai, neppure per un attimo, la forma, per quanto splendida, prevale sulla sostanza. Molti gruppi, dopo, saranno convinti che un bel suono di tastiera e una durata per brano superiore ai 7 minuti potesse essere tutto quello che ci voleva per fare un buon disco di progressive rock. Ma proprio per questo, di decine di dischi ascrivibili a questo difficile genere musicale si è perso il ricordo, mentre "Nursery crime" resta una pietra miliare nella storia del rock.
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GENTLE GIANT - Live Rome 1974 - 1998 Confesso di aver comprato questo album solo per ragioni affettive: si tratta del primo concerto rock che ho visto. Il cd però si è rivelato eccellente e la registrazione più che decente (se si considerano i tempi e, probabilmente, i mezzi). Peccato che dopo un minuto dall'inizio, interviene un suono di sveglia (!) che copre la musica e dura circa un minuto e che il finale di "Experience" è disturbato da rumorini non meglio precisati… Ma superato questi ostacoli (il cd è comunque venduto a prezzo pieno nonostante questi non piccoli problemi) veniamo proiettati nel classico caleidoscopio di atmosfere e di suoni del gruppo dei fratelli Shulman. Che dal vivo replicano tranquillamente la maestria musicale mostrata tante volte in vinile. Perché riproporre in… tempo reale (e senza i campionatori di oggi!) partiture complesse come quelle di "Proclamation", "Knots" o "Nothing at all" non è affare da poco. Soprattutto se si pensa che praticamente ogni componente del gruppo dal vivo, suona praticamente tutti gli strumenti scambiandoseli ad ogni brano! Notevoli le versioni di "Nothing at all" + "Plain truth" (quasi 28 minuti) e il quartetto d'archi (!) che chiude "The advent of Panurge".
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GEORGE BENSON - Standing Together Benson ebbe una momento di grande popolarità in Italia quindici-vent'anni fa con brani come Gimme the night o On Broadway. Poi il grosso pubblico l'ha un po' perso, ma lui ha continuato a sfornare dischi eccellenti, sempre sullo stesso genere. Anche in questo ci propone un jazz facile facile d'atmosfera, strettamente imparentato con il pop. Benson è sempre un chitarrista di grandissima classe e di grandissimo gusto e la sua musica, soprattutto nei brani strumentali, fornisce un gradevolissimo sottofondo. In quest'epoca di rumore questo bellissimo disco rappresenta una sorta di oasi di tranquillità.
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GERY HALLIWELL - Scream if you wanna go faster - 2001 Saranno anche buone per le classifiche queste canzonette, ma francamente di questi dischi confezionati a tavolino (due pezzi veloci, uno lento, due veloci, uno lento…) non se ne può più. A parte forse solo l'imperversante "It's raining men", non c'è una sola idea vincente (non dico originale), non una sola canzone che si sollevi da una generale livello medio basso, niente che si ricordi… E dire che con il primo album, più vario e coraggioso, Gery aveva fatto intravedere ben altre velleità e possibilità.
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GIANNA NANNINI - Cuore "Cuore" ha una grande fortuna: l'iniziale "Un giorno disumano", senza dubbio uno dei brani più intensi che Gianna abbia mai scritto, di quelli mozzafiato con un'apertura melodica da brivido. E' una di quelle canzoni che ti carica talmente di emozioni che il resto potrebbe anche non esserci. Il resto invece c'è: brani che colpiscono più che altro per le ottime sonorità e per la convinzione con cui Gianna le interpreta. E' un disco viscerale, voluto e vissuto fino in fondo, la voce inconfondibile è un'esplosione di energia che ti avvolge alternando le melodie più suadenti al rock gridato dei vecchi tempi. Insomma, anche se la creatività non è più quella di una volta e se certi guizzi di genio appartengono ormai inesorabilmente al passato, pazienza: "Cuore" finisce per essere ugualmente un buon disco, con un avvertimento però: ascoltatelo sempre e soltanto dall'inizio...
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GIANNI MORANDI - 30 volte Morandi Quanto corre Morandi! Il maratoneta della canzone italiana le ha viste tutte. Ha goduto i trionfi e conosciuto il disinteresse da parte del pubblico e dello showbiz; ha riempito enormi platee e cantato davanti a pochi intimi; da bambino prodigio è diventato padre, nonno e poi ancora padre... Ed è ancora qui, con la voglia di correre, di ricantare i vecchi successi e di restituirli, rivitalizzati, al secolo che viene. Corri, Gianni: c'è un 2000 ancora tutto da cantare.
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GIANNI MORANDI - Uno su mille Dopo i trionfi degli anni '60, il decennio successivo fu piuttosto duro per Gianni Morandi che pareva aver perso ogni contatto col proprio pubblico. Ma lui non si diede per vinto, convinto che (come recita il motivo trainante di questo album) "Uno su mille ce la fa", lasciata sfuriare la tempesta iniziò la lenta e dura risalita. Questo è l'album che segna il raggiungimento della vetta: ci sono grandi canzoni (tra le tante "1950" di Minghi e "Questi figli" dell'esordiente Mariella Nava e c'è tutta la voglia di Gianni di tornare grande. Ci sarebbe riuscito e da quella vetta riconquistata non sarebbe più sceso
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GILBERTO GIL - Acoustic 1994 Quasi settantacinque minuti di pura magia acustica (e dal vivo) tra il Brasile, la Jamaica, l'Africa e l'America di un'inaspettata Secret life of plants di Stevie Wonder. Insomma una felicissima sintesi del musicista di bahia da sempre svincolato da ogni schema precostituito, alla ricerca di un autentico linguaggio globale
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GINO D'ELISO - Europa Hotel - 2001 L'ultimo album di gino d'Eliso, cantautore di discreta popolarità negli anni '70/'80 è di 18 anni fa. Nel frattempo, il musicista ha lavorato in televisione e si è anche trovato un lavoro "serio". la musica, quando ce l'hai nel sangue, non è una passione che si possa eliminare, quindi eccolo di ritorno con un lavoro che da una parte si ricollega alle vecchie cose del secolo scorso (!), dall'altra risente inevitabilmente di tutto quello che succede oggi. Il fatto è che da sempre D'Eliso vive a Trieste, un punto cruciale, crocevia tra Italia, centro ed est Europa. Lì arrivano umori e sensazioni che per chi vive solo poche centinaia di chilometri a sud è forse difficile cogliere così bene. Non sono casuali i richiami a Sarajevo, gli echi sonori balcanici, certa durezza mitteleuropea, ma anche il mare che, fin dal primo album del '76 costituisce una costante nella poetica del cantautore... Un buon ritorno, insomma, di chi non sembrava neppure fosse stato via così a lungo...
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GIORGIO GASLINI - Song book vol.1 - 2001 Nell'ultimo secolo quasi nessun compositore "colto" italiano si è dedicato alla canzone. Partendo da questa inconfutabile osservazione, Gaslini, mezzo secolo speso tra jazz e musica contemporanea come compositore, interprete e docente, dà alle stampe la prima parte di un trittico dedicato alle canzoni. Non canzoni, però, intese nell'accezione comune ai fruitori di musica leggera, ma in quella di composizioni di semplice struttura che non sollevano l'ascoltatore dall'impegno della comprensione e nulla cedono alla facile orecchiabilità. Songs, allora, (ché il termine canzone risulta eccessivamente inflazionato e, in questo caso forviante) nelle quali il pianoforte del compositore si muove lontano dai sentieri jazz, eppure carico di "intenzione" jazzistica. Disegnando suoi propri percorsi, coerenti eppure spesso indipendenti dalle melodie vocali, Gaslini accompagna le voci di Lucia Minetti (contralto), Massimo Pagano (baritono) e Bernardo Lanzetti di cui ricordiamo un passato rock negli anni '70 (Acqua Fragile, quindi PFM) lungo sentieri talvolta impervi. Il risultato richiede attenzione, ma ricambia con emozioni. Più di cervello che di cuore, anche se questo, forse, non era nelle intenzioni dell'autore.
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GIORGIO GASLINI - Lieder Book Dopo uno studio approfondito della materia, Gaslini si è sentito pronto per la composizione dei "propri" lieder. Di tale forma musicale egli recupera le tematiche dei testi (da lui stesso composti) e la prassi compositiva che pianoforte e voce seguano strade parallele e distinte a creare, per una sorta di fragile alchimia sonora, la composizione finita. In queste composizione, Gaslini riversa tutta l'esperienza di una vita artistica maturata in ambiti musicali diversi. In esse ascoltiamo la lezione dei grandi compositori del '900, le sfumature jazzistiche che fanno parte della natura dell'autore e che quindi sarebbe ingiusto (oltre che probabilmente impossibile) soffocare, e perfino qualche "scorciatoia" carpita alla musica di consumo che però non trascina mai questi momenti musicali nell'odiato territorio della banalità. Ascolto a volte ostico, quindi, ma assai appagante.
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GIORGIO GASLINI - Duke Ellington legend "Il mio è stato un lavoro di reinterpretazione basato sulla volontà di rileggere questi classici in un ambito più cameristico, staccato dagli ambiti del club o del concerto jazz". Così spiega Giorgio Gaslini i presupposti delle proprie riletture di alcune pagine di un musicista che ormai è considerato un grande autore del secolo scorso, al di là dei generi. E in effetti, fin dalla scelta dei due compagni di viaggio (un flautista come Fabbriciani e una voce lirica dagli ineludibili echi blues e gospel come la Adedokun), egli esprime il proprio intento di portare il jazzista nero in un ambito più "colto", forse più accettabile da un certo tipo di pubblico che continua a considerare la musica afroamericana ad un livello inferiore. L'operazione riesce. Proprio spogliato (e sembra un paradosso) dai colori della grande orchestra (ma non della vitalità dell'improvvisazione), questo Ellington perde ogni chiassosità, e rivela di sé un'anima delicata ed eterea che ai più, forse, il frastuono degli ottoni aveva tenuta nascosta.
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GIULIANO PALMA & THE BLUEBEATERS - Wondeful Live - 2001 Giuliano Palma e i Bluebeaters sono nati quasi per caso da alcuni componenti degli Africa Unite, dei Casino Royale e dei Fratelli di Soledad. Probabilmente per raccattare qualche concerto estemporaneo e fare un po' di soldi divertendosi. Poi è nato un disco (andato benissimo), un bel sodalizio con Gino Paoli ("Che cosa c'è") mentre i concerti si moltiplicavano e il pubblico aumentava. Adesso tocca a questo live che, in teoria, dovrebbe concludere l'avventura. Un'avventura nata per caso ma andata (come a volte capiata) splendidamente. L'idea di base è di riarrangiare vecchi e nuovi successi in chiave blue beat (un tempo tra il reggae e lo ska) e infatti anche in questo scoppiettante live ecco un pugno di canzoni uniformate da qusto irresistibile ritmo zompettante, ma originariamente provenienti da ambiti mlto diversi (da Cher agli Stones, dalle colonne sonore di 007 a Duke Ellington...), condite dall'entusiasmo di un pubblico in visibilio che restituisce con gli interessi alla band tutta l'energia che essa sa profondere dal palco. Una festa. una festa che se il progetto, come sembra, terminerà qui, ricorderemo con gioia e forse un po' di rimpianto.
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GLORIA ESTEFAN - Gloria! - Io capisco che sia legittima la volontà della Estefan di svincolarsi da un clichè che stava rinchiudendola a doppia mandata nell'etichetta di "cantante latina". Se non chè, anche in questo cd, il meglio è dato proprio dalle incursioni nelle atmosfere ispaniche ("Lucky girl", solo per fare un esempio). In altri momenti ("Don't stop") la personalità della cantante stenta a venire fuori e il prodotto tende all'anonimato. La Estefan ha sempre dimostrato di riuscire a produrre musica latina senza scadere negli stilemi più abusati, allora non abbia paura di lavorare in questa direzione trascurando digressioni che le appartengono poco e non le rendono giustizia.
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GOBLIN - Profondo rosso 1975 Fu l'editore Carlo Bixio a presentare i futuri Goblin a Dario Argento, e fu una mossa azzeccata perché tra regista e musicisti scattò subito la scintilla che, con l'aiuto del grande jazzista Giorgio Gaslini che… soffiava sul fuoco, diede origine ad una delle colonne sonore più famose della storia del cinema italiano. Hard, progressive, gothic, jazz, funk… Gaslini (autore di alcuni brani) e i Goblin non si posero limiti di generi al fine di raggiungere l'effetto desiderato. Usarono carillon e grandi orchestre, picchiarono sui timpani e infilarono gommapiuma sotto le corde della chitarra per stopparne il suono, usarono rumori come fossero suoni e spinsero al massimo le possibilità delle tastiere (scarse, rispetto a quelle odierne), scopiazzarono Tubular bells in "Mad puppet" ("Sì, ma fu Dario a chiederci un pezzo di quel tipo…") e rubarono ai Cherry five un frammento di "The Swan is a Murderer" per costruire "Wild session"… Ciò che risultò alla fine fu un lavoro estremamente suggestivo Una colonna sonora che in maniera perfetta ritraeva in musica l'atmosfera del film. Già, il film… Bisognerà pur fare i conti anche con la pellicola. E' sempre difficile giudicare una colonna sonora ignorando il film cui essa si riferisce, e in questo caso è quasi impossibile. Chi può dire quanto il clamoroso successo dell'album (un anno in classifica solo in Italia, quasi 4 milioni di copie vendute) sia dovuto al successo del film? Quanto l'ascolto richiamasse la visione? Quanto le note rammentassero le immagini? Merito dei Goblin aver ottenuto una perfetta aderenza tra un elemento e l'altro, comunque. Nella edizione in vinile del 1975 e in quella in cd del 1991 sono inclusi sei brani: Profondo Rosso, Death Dies, e Mad Puppet, composti dagli Goblin; Wild Session, Deep Shadows, Scool at Night, e Gianna composti da Gaslini. Nel cd del '96 sono presenti, oltre ai brani originali, tutte le diverse versioni che erano nel film e che, per motivi di durata, non furono inserite nell'edizione in vinile. E non è così sconmtato che questo sia un bene. Certamente gli "studiosi" andranno a nozze ascoltando 8 versioni diverse di "School at night", o 7 di "Profondo rosso", ma in questo modo si fa aderire ancora di più il disco al film negandogli una propria, autonoma vita musicale. Del resto sarebbe artificioso e scorretto far finta che questo album non sia ciò che è (una colonna sonora), anche se "Profondo rosso" sarebbe stato un ottimo album di per sé, perfettamente inserito nella storia musicale degli anni 70, ma anche assolutamente originale e distinto dai tanti lavori del periodo per la novità dei suoni, delle soluzioni musicali e delle atmosfere che era ed è in grado di creare.
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GUNS N'ROSES - Spaghetti incident 1994 Qualcuno potrebbe pensare che per il punk, nato e morto con fulminea (e fisiologica) rapidità una quindicina di anni fa sia già tempo di celebrazioni, ma questo album nel quale Axl e compagni riesumano vecchi gioielli di quell'epoca furibon-da, è tutt'altro che una sterile riproposta di ciò che fu. Grazie, anzi, al grande rispetto con cui le hanno rilette, i Roses hanno per un attimo ridato vita e furore a pagine frettolosamente e colpevolmente dimenticate.
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