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FABIO CONCATO - Fabio Concato - Più che suonare Fabio, sembra quasi dipingere o tratteggiare piccole note che diventano immagini. Ognuno di noi ha immaginato nel passato la mitica Rosalina che va in bicicletta traboccando da tutte le parti, come ci ricordiamo il bambino massacrato di botte nella sua canzone dedicata al Telefono Azzurro. E anche in questo disco tornano le sue pennellate: dalla barca Guendalina al "canto d'amore" "Abbracciati da Posillipo a Caracas" fino alla pelle d'oca procurata da "M'innamoravo davvero" in duetto con Jose Feliciano. Certo, non ci sono strabilianti novità, ma da quando in qua l'incoerenza è un pregio?
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FABIO CONCATO - Scomporre e ricomporre 1994 Concato reinterpreta gli episodi più felici della sua car-riera per dare vita ad un corposo antologico. Non manca l' inevitabile inedito per invogliare gli acquirenti, anche se certo la sola Troppo vento (brano piuttosto di maniera) non giustificherebbe l'acquisto del disco.
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FABRIZIO DE ANDRE' + PFM - In concerto vol 1 e 2 - 1977 Alla fine degli anni '70 Fabrizio De Andrè decise di dare un'energica rinfrescata ai suoi vecchi classici e chiamò la PFM (che aveva già collaborato con lui all'inizio di carriera) per qualche buon consiglio. Non era la prima volta che Fanbrizio lavorava con un gruppo importante: l'aveva già fatto agli inizi di carriera e in un fortunato tour dei primi anni '70, con i New Trolls, ma quando la cosa si seppe, più d'uno storse il naso. Ma come…. Mettere mano classicissimi della canzone italiana come Il pescatore o Canzone di Marinella? Sarebbe come fare i baffi alla Gioconda, disse qualcuno… Ma insomma, Francone Mussida e i suoi amici ci si misero di buzzo buono e alla fine presentarono a Fabrizio qualcosa di straordinario. Da quel lavoro, uscirono un tour rimasto nei ricordi di chi vi assistette e questo doppio album (uscito anche come due dischi singoli) assolutamente strepitoso. Bocca di rosa, Via del Campo, La guerra di Piero, La canzone di Marinella, il Pescatore, Rimini erano ringiovanite, rivitalizzate senza tradirne minimamente lo spirito originale. Per qualche sorta di miracolo in queste nuove versioni c'era tutta la poesia di Fabrizio e tutta la genialità musicale che la PFM aveva già abbondantemente dimostrato soprattutto nei suoi primi album. I vecchi classici che tutti amavano vennero riproposti in maniera totalmente nuova ed elettrizzante, che durante i concerti non si riusciva mai a capire, dalle prime note, di che canzone si trattasse. Una sorpresa continua ed entusiasmante. Gli stessi musicisti, poi, nelle esecuzioni, riuscivano a ritagliarsi piccoli preziosi spazi virtuosistici, come l'assolo di chitarra di Mussida in Amico Fragile (che lo stesso Mussida reputa uno dei suoi migliori mai incisi) o quello di fisarmonica in di Premoli in Un nano. Il lavoro fu talmente apprezzato di De Andrè che molti di questi arrangiamenti sarebbero stati adottati negli anni a seguire, quando il cantautore genovese avrebbe riproposto con altri gruppi queste stesse canzoni. Album da antologia, dunque, grazie ai brani di De Andrè e alle idee della Premiata.
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FABRIZIO DE ANDRÈ - Non al denaro non all'amore ne al cielo - 1971 Nel 1971 Fabrizio De Andrè decise di musicare alcune poesie tratte dalla "Spoon River Anthology" di Edgar Lee Masters. Il grosso pubblico scoprì quindi questo grande poeta americano e il suo bellissimo libro che rivisse in Italia una seconda giovinezza. Grandissimo il genio di De Andrè nel musicare splendidamente le vicende del giudice, dell'ottico, del medico, del suonatore Jones e di tanti altri "personaggi" di quel fantastico microcosmo che era il libro di Masters.
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FAITH HILL - There you'll be - 2001 Pregevole raccolta di una delle regine del pop internazionale. Un pugno di singoli che, in un modo o nell'altro, conosciamo abbastanza bene: "The kiss" per essere stata tradotta con successo in italiano da Paola Turci, "The way you love me" per essere stata presentata l'anno scorso a Sanremo, "There you'll be" per essere stata inclusa nella colonna sonora del film "Pearl harbor", "Somewhere down the road" per essere invece in quella del "Principe d'Egitto", "Over the rainbow" per essere un evergreen, così come "Piece of my heart" è forse il brano più famoso dell'indimenticata Janis Joplin e così via. Si ascolta molto piacevolmente, il che è lo scopo principale dichiarato di questo tipo di prodotti.
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FASTBALL - All the pain money can buy - Ascoltando questo secondo disco degli americani Fastball viene da chiedersi se sia poi così difficile scrivere buone (buonissime) canzoni come queste, che abbiano il pregio della semplicità ma non il difetto della banalità. Si pesca a piene mani negli anni '60 (la deliziosa "The way" potrebbe benissimo avere 30 anni e dimostrarli tutti), si dimenticano a casa i campionatori e si spinge per bene su basso chitarra e batteria... Poi, certo, bisogna avere qualche buona idea un certo geniaccio nella produzione, una vena felice nel buttare giù melodie felici e testi interessanti... No, non deve essere proprio facile scrivere canzoni come queste.
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FIORELLO - Karaoke compilation - 1994 Dopo tre soli dischi, per Fiorello è già tempo di greatest hits. Questo doppio cd contiene infatti tutti i suoi mag-giori successi e, in omaggio all'imperversante karaoke di cui lo stesso cantante-imitatore è uno degli esegeti, le versioni strumentali degli stessi. E naturalmente non manca l'indispensabile libretto con tutti i testi. Come dire Fio-rello canta e (soprattutto) fa cantare.
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FIVE - Five - 1993 Lo so già che c'è qualcuno che, visto il voto, già storce il naso. "Ma come? 7 a questi che tanto copiano i BsB?" Beh, cosa vi devo dire, dire male di questa musica proprio non ci riesco. E' musica pensata e realizzata per far passare qualche minuto di spensieratezza, no? E allora queste canzoni sono perfette. C'è talmente tanta abilità dietro la costruzione di un prodotto perfettamente commerciale come questo, che è obbligatorio renderle onore. Poi, certo, i riferimenti più o meno palesi ci sono, e non rimandano ai soli BsB ma a decine di altri gruppi, ma forse, alla fine, in un prodotto che non ha sicuramente aspirazioni di immortalità artistica questo non è neppure importante. |
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FIVE - Kingsize - 2001 Ringraziando il cielo, il momento d'oro delle boy band sembra finito. Delle decine di gruppi nati come funghi un paio di anni fa sono rimasti in ballo solo quelli che una qualche validità artistica l'avevano. Nella fattispecie i Five che hanno saputo caratterizzarsi con sonorità un po' (solo un po') meno pop e più hip hop e danzerecce. Niente di strabiliantee, intendiamoci, ma qualche idea che potesse distinguerli dalla massa di melassa che ha invaso le classifiche un paio di stagioni fa. Questo album presenta almeno 3 o 4 brani di livello molto buono e il clima generale comunque è più che devoroso. Roba buona per le classifiche, non tanto per la storia del rock, ma insomma qualcosa che lascia intravedere anche un futuro per questa band.
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FORMICHE ATOMICHE - Cercasi Monica disperatamente - 2001 In meno di mezz'ora, questo album si consuma in un'energia esplosiva. Canzoni brevi, fulminanti, veloci, che bruciano in fretta lasciando una gran luce. Raramente avevamo sentito l'italiano piegarsi così; docilmente a ritmiche forsennate, raramente avevamo sentito una band italiana agli esordi così maledettamente convincente. Ska core, punk… le etichette hanno poco significato: quello che conta è l'energia devastante e divertentissima di questi 5 scatenati. Se le cose andassero come dovrebbero andare, delle Formiche Atomiche sentiremo ancora parlare. Parecchio.
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FRANCESCO BACCINI - Nudo 1993 Il 4° capitolo del cantautore genovese è un lavoro che pren-de tutti i suoi fans in contropiede offrendoci un Baccini singolarmente meditativo e introspettivo, che lascia a casa l'ironia e fa un passo avanti verso la piena maturità. Eppu-re questo è un disco che prima o poi da lui ci si poteva pu-re aspettare, nel momento in cui si pensi che Vendo Tutto, o Renato Curcio, a ben ascoltare, non erano certo brani allegri.
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FRANCESCO DE GREGORI - "la pecora" - Questo album non ha titolo, ma è sempre stato identificato con il disegno in copertina. In esso alcuni brani che hanno caratterizzato in maniera determinante lo stile ermetico di De Gregori: "bene", "cercando un altro Egitto" e sopratutto quel vero manifesto programmatico che è "Niente da capire". Dopo essersi fatto notare con "Alice", in questo album, De Gregori, esplorava una strada, soprattutto letteraria, nuova, figlia diretta degli autori "colti" americani e inglesi (Dylan, Cohen, ecc.). Questa strada portreà poi, con doverose correzioni e qualche compromesso al grande successo di "rilmmel" solo un anno dopo e, quindi ad una fulgida ma anche onesta carriera.
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FRANCESCO DE GREGORI - Il bandito e il campione 1993 DIfficile capire perchè De Gregori abbia deciso di pubblicare il proprio quinto album dal vivo a soli tre anni dai tre che uscirono contemporaneamente nel '90. Accanto all'unico inedito che titola il disco, Francesco, in alcuni episodi chitrarra-armonica più... Dylaniato che mai, sciorina il meglio della sua produzione. Nessuna novità ma qualche brivi-do, tuttavia.Piacerà a chi... Di De Gregori vuole una bella raccolta di successi (da integrare almeno con La donna cannone e Leva calcistica della classe 68).
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FRANCESCO DE GREGORI - Rimmel - 1975 Al terzo album (e mezzo, se si considera anche "Theorius campus" in tandem con Venditti) De Gregori fece centro. E gli costò parecchio. Prima di questo "Rimmel" del '75, il cantautore si era fatto notare con "Alice" (debitamente ultima al Discoestate) e relativo album, e aveva ribadito la sua posizione con il disco cosiddetto "della pecora" (nessun titolo, ma un agnello in copertina). E la sua posizione era quella di un giovanotto innamorato di Dylan, che pensava che per una canzone fosse essenziale a) un testo almeno "obliquo", se non proprio ermetico b) una linea melodica semiinesistente c)una chitarra a costituire tutto l'arrangiamento. In questo lui non inventava nulla: tutta una generazione di cantautori americani e inglesi (Dylan, Cohen, Guthrie, Prine…) avevano percorso più o meno quella strada. "Però ad un certo punto" mi confidò il collega e sodale di quei tempi Edoardo De Angelis" lui si stancò di vendere quattro copie e decise di cambiare". Il risultato fu "Rimmel. Un botto da 500.000 copie vendute. Era successo che De Gregori si era fato un po' meno intransigente, aveva "accettato" che oltre a Dylan e a Cohen facessero cose egregie anche James Taylor, Cat Stevens o addiritura Elton John (il primo Elton John) e aveva lavorato in questo senso. E infatti l'album è brillantissimo innanzi tutto a livello musicale. Le composizioni si fanno più articolate (ad esempio "Pezzi di vetro" è da sempre la bestia nera dei chitarristi alle prime armi, con le sue decine di accordi), gli arrangiamenti più ricchi e decisamente più accattivanti. E se i testi non acquistano molto in intelligibilità, sicuramente possiedono un magnetismo, prima assente, che li fanno amare al di là del loro significato che il più delle volte resta oscuro. Tutto ciò portò, come detto, ad un clamoroso successo commerciale. Cosa che in quei tempi non poteva assolutamente essere accettato dalla critica e dal pubblico "militanti" per cui non era concepibile che un lavoro di qualità potesse anche essere commerciale. E per cui era "ovvio" che qualsiasi cosa avesse successo fosse immediatamente scadente. Su Linus Giaime Pintor scriveva: "Banalità musicali da canzonetta anni '60 impreziosita da alcuni arrangiamenti barocchi con un occhio al rock morbido della quarta generazione inglese, Elton John e i suoi fratelli… Su questo tessuto povero egli appoggia pesantemente testi in cui la metafora ermetica campeggia vittoriosa nei suoi vestiti più kitsch", e più o meno sullo stesso tono pontificava Sofri su Lotta continua. Merita ricordare che la critica "militante" non aveva trovato proprio niente da dire sui testi ben più ermetici di "Niente da capire", "Bene" o "Cercando un altro Egitto", ma tant'è: quelle canzoni non avevano venduto niente quindi tutto ok! E dietro la critica "militante" ecco il gregge belante del pubblico parimenti "militante", quello che arrivò ad interrompere un concerto milanese di De Gregori per inscenare un farsesco processo al cantautore accusato di commercialità. Insomma, "Rimmel", ancora oggi un grande disco, costò parecchio a De Gregori: prima di tutto fare i conti con certa ottusità di pubblico e critica con cui lui e altri avrebbero dovuto fare i conti anche negli anni a venire
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FRANCESCO GUCCINI - Parnassius Guccinii 1994 In un'epoca di usa e getta, di messaggi subliminali, di slogan banali assurti a filosofia, Guccini pubblica, dopo quattro anni, un album dei suoi. Con un sacco di parole, di i-dee, di storie, di voglia di raccontare. Un album che chiede attenzione e la ripaga con l'immensa poesia di Samantha, con le invettive di Nostra Signora dell'ipocrisia, le meditazio-ni di Farewell e Parole... Che siate di quelli che conside-rano Jovanotti un profeta o di quelli che ascoltano solo gli 883, di quelli che pensano che in Italia si facciano solo canzonette e ascoltano Bryan Adams o di quelli convinti che Guccini sia solo un vecchio cinquantenne che fa la predica, ascoltate questo disco: potreste rimanerne folgorati.
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FRANCESCO GUCCINI - Radici - 1972 Pagato il doveroso e inevitabile tributo alle passioni giovanili con "Folk & beat n.1", Francesco Guccini iniziò con l'inizio del nuovo decennio a mettere a fuoco il proprio stile personale che nei decenni a seguire non sarebbe più mutato. Dapprima due album in un solo anno (il 1970) come "Due anni dopo" e "L'isola non trovata" per trovare la strada giusta e iniziare a percorrerla, poi il bersaglio centrato perfettamente con "Radici" nel 1972. Da molti considerato a tutt'oggi uno dei suoi episodi migliori, "Radici" contribuì all'affermazione definitiva di questo grande cantautore. Si tratta di un disco che al suo apparire si perse forse tra i tanti eccellenti album che i cantautori stavano sfornando in quel periodo, ma riascoltato oggi, che dischi di quel livello sono merce estremamente rara, dimostra tutta la sua grande bellezza. I testi rivelano la preparazione culturale di Guccini: un brano come "Canzone dei dodici mesi" può stare alla pari con "Asia" contenuta in "Due anni dopo" per ricchezza di citazioni; le musiche dimostrano una ricerca di soluzioni anche inusuali (la "diminuita" della Bambina portoghese"), le rime (costante, questa, di Guccini), esterne e interne al verso, si incastrano in un prezioso lavoro d'intarsio che (miracolo!) non appare mai forzato… Eppure tutto questo sarebbe solo un esercizio di eccellente, sterile, tecnica, un vano sfoggio accademico, se a dare spessore all'album non ci fosse l'autentica passione popolare della Locomotiva "lanciata a palla contro l'ingiustizia", l'ispirazione e la poesia malinconica di Piccola città e Incontro, l'ingenuità della favola futuribile (verrebbe da dire… futurata) del Vecchio e il bambino. Tutte canzoni che hanno retto (come ogni grande lavoro d'ingegno e arte) al tempo. E ne è riprova il fatto che molte di esse ritornano abitualmente nei concerti del cantautore, a 30 anni di distanza.
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FRANCESCO GUCCINI - Studio Live Questo doppio cd racchiude "Quattro stracci", "L'avvelenata", "Cyrano", Canzone per Silvia", "Quello che non", "Via Paolo Fabbri 43", Farewell" e "Scirocco" registrati tra il '94 e il '98. Tutti gli altri sono tratti dai precedenti dischi dal vivo di Guccini ("Tra la Via Emilia e il West", "Concerto" e "Quasi come Dumas"). Allora ci si chiede: perché non realizzare un album interamente di registrazioni inedite evitando a chi ha già i vecchi album di sorbirsi dei doppioni? Per quanto riguarda l'album in sè, va detto che che le versioni live non differiscono particolarmente da quelle in studio e, anche per questo, francamente lo scopo di tutta l'operazione sfugge.P.S.: senza commento lo strafalcione "Un'altro giorno è andato" con l'apostrofo.
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FRANCO BATTIATO - Ferro battuto Battiato ha più volte definito questo lavoro, un album pop, di musica leggera. Delle due l'una: o il suo è un abile tentativo di depistaggio, o ha fallito completamente il bersaglio. Perché queste canzoni sono troppo complesse, e in qualche caso ostiche, per essere semplice pop. Quelle della "Voce del padrone" lo erano, quelle del "Cinghiale bianco" anche, non queste. Che ciò sia un pregio o un difetto è tutto da stabilire. In molti si sono spellati le mani, su questo disco, tuttavia la geniale semplicità di certi episodi, anche recenti, del musicista è stata sostituita da un'eccessiva cerebralità e questo non sembra aver funzionato. Già, per fare pop non bisogna starci a pensare troppo su.
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FRANCO BATTIATO - Gommalacca Una bella sfida quella di Battiato: in un mondo in cui anche la musica è sempre più usa e getta, in un epoca in cui se non conquisti immediatamente sei out, lui ha realizzato un disco che pretende almeno 4-5 ascolti per essere compreso. "Shock in my town" è l'unico episodio che può acchiappare immediatamente, gli altri, inizialmente possono risultare anche fastidiosi. Però a differenza degli ultimi disco del catanese, la sensazione dopo un po' scompare. Battiato è infatti riuscito a rinunciare a (quasi) tutte le tantazioni di intellettualismo fine a sè stesso per creare qualcosa di più facilmente fruibile (ma siamo comunque lontanissimi dal disimpegno oggi imperante). Vale la pena di perderci un po' di tempo, su questo disco.
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FRANK ZAPPA - Freak out - 1969 La conoscenza con il musicista più sconvolto, irriverente, trasgressivo, indisponente, sfacciato, violento, intelligente, creativo, sguaiato e volgare della storia del rock potrebbe anche cominciare proprio dal suo primo album. Qui si alternano brani ironici, volutamente (e intelligentemente) insulsi, a violentissime prese di posizione (musicali e verbali) contro il "potere" e le sue storture. Cabaret e rock duro, stupid songs e brani che durano una facciata. Questo disco esprime bene tutta la libertà creativa che Zappa si sarebbe preso negli anni successivi pubblicando decine di album tutti di altissimo livello e portando la propria micidiale e lucidissima intelligenza ad esplorare tutti i campi musicali. Fino a quando un male incurabile ha strappato la sua prodigiosa chitarra ad un rock che tanto ne aveva bisogno.
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FULVIO SILVESTRI - Tropparrobba - 2001 A fare musica "americana" in italiano ci hanno già provato in parecchi (Brando, per fare un nome su tutti), ma chissà perché non funziona. Non funziona presso il grosso pubblico, perché invece, i prodotti che spesso ne escono, come in questo caso, sono eccellenti. Anche qui ci sono chitarre, armonica, organo, basso, batteria... strumenti "veri", veri come la vena compositiva di questo esordiente marchigiano, come la forza che sa mettere nel suo lavoro. Potrebbe anche essere che questi rock e questi blues finiscano per far breccia nel grande pubblico, esarebbe ora. Del resto, Ligabue, con un prodotto appena più centrato di questo (o più furbo, a seconda dei punti di vista) c'è riuscito alla grande. Stiamo a vedere. Intanto, applausi.
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FUN LOVIN' CRIMINALS - 100% colombian - 2001 iFacile che questo sia l'album della definitiva consacrazione per il gruppo newyorkese. Grandi atmosfere, rock, hip hop, un pizzico di jazz, suoni bellissimi... Non sono canzoni che passano e vanno, queste: hanno un fascino che incatena, cui è difficile resistere, che invita ad ascolti dopo ascolti. Mi dicono che il disco sia già al vertice della classifica inglese: ci metterà molto poco a conquistare anche quella italiana. Scommesso.
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