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EAGLE EYE CHERRY- Desireless 1994 La famiglia Cherry sforna artisti come se piovesse. Non tutti allo stesso livello. Cioè, non è che il ragazzo Occhio d'Aquila lasci a desiderare: il suo pop è tranquillo e piacevole, a volte riecheggia modelli risaputi e non rappresenta sicuramente qualcosa per cui strapparsi i capelli. E fin qui siamo nel normale. Il fatto è che dopo il padre Don che era un genio e un grande innovatore in ambito jazz, dopo la figlioletta Nenè, capace anche di alcuni momenti di grande interesse, l'ultimo rampollo della famiglia di geniale non ha proprio nulla. Insomma, volete saperla tutta? Se il signore in questione non si chiamasse Cherry, questo disco non lo avrebbe notato proprio nessuno. Pronto a scommetterci.
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EARL SCRUGGS - Earl Scruggs and friends - 2001 E' un album bellissimo, realizzato da un autentico monumento della musica country, ricchisssimo di ospiti illustri come Sting, Elton John, Melissa Etheridge, Leon Russel, Johnny Cash, Don Henley e Swight Yoakam. "Earl Scruggs and friends" è l'ultimo album del banjoista 77enne Earl Scruggs, un lavoro non solo fondamentale per gli appassionati, ma anche uno di quei dischi che hanno il potere di avvicinare il grande pubblico ad un genere sconosciuto, o quasi, ai più. In questo caso, il grimaldello potrebbero essere i grandi ospiti, ma il disco non è pubblicato in Italia e, se pure disponibile in qualsiasi negozio on line, certo il grosso delle sue possibilità va sprecato. Ed è un peccato, per chi non ascolterà queste bellissime canzoni e per tutti quelli che attraverso di loro avrebbero potuto allargare i propri orizzonti entrando in contatto con un intero universo musicale. Quello del country.
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EDOARDO BENNATO - Afferrare una stella - 2001 Altra raccolta di Bennato (questa volta doppia) il quale cerca di sfruttare il buon momento per trarsi dalle secche del semioblio dove chissà come e chissà perché era caduto negli ultimi anni. Qui è presa in considerazione essenzialmente la produzione più recente accanto ad alcuni "inevitabili" classici. Danno ulteriore interesse alla raccolta gli inediti "Eugenio" e "Colpa dell'America", due rock belli tosti che ci riportano al Bennato dei tempi d'oro. Quello di cui per troppo tempo ci eravamo dimenticati.
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EDOARDO BENNATO - Non farti cadere le braccia - 1974 All'epoca Bennato era un outsider: girava l'Italia con una chitarra a tracolla, un'armonica e un tamburello suonato col piede. Non aveva bisogno di altro per raccontare le sue storie. Questo è il suo album d'esordio e, in ogni caso né lui né le sue canzoni sono poi tanto cambiate in quasi trent'anni. Lui, nonostante il successo, è ancora un outsider e, cantate oggi, "Non farti cadere le braccia", "Rinnegato", "Una settimana… un giorno" o "Un giorno credi" non hanno perso nulla della loro carica. Ascoltatelo com'era da ragazzino e scoprite che per lui il tempo deve essersi fermato. E non è proprio un male.
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EELS - SoulJacker - 2001 Dopo l'esperienza del live "Oh What a beautiful Morning" gli Eels tornano con un disco che non può non far parlare.Con in copertina il leader E, barba lunga e curata, quasi irriconoscibile, gli Eels sfornano "SoulJacker" e regalano agli amanti della buona musica un album che li soddisferà dal primo ascolto. "SoulJacker" lascia attoniti e sopraffatti dal suono curato, dalla voce ovattata di E che sembra voglia raccontarci qualcosa di nuovo, dai testi diretti.I 12 pezzi della tracklist accolgono tracce rilassanti come "Woman Driving", "Man Sleeping" e "SoulJacker II", accanto alle più forti "Dog Faced Boy" e "SoulJacker I", o ritmiche come "Teenage Witch" che ricorda il sound di Beck, ma pur sempre tutte in perfetto stile Eels. Sul back dell'album la discografia del gruppo pubblicizza in modo simpatico le precedenti produzioni,indirizzandoci verso una più approfondita conoscenza della band.
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ELBOW - Asleep in the back -2001 Sarà per la voce di Guy che ricorda quella di Robert Wyatt, ma questi Elbow non mi sembrano neanche tanto lontani dalla vecchia Scuola di Canterbury. Chi ha più di quarant'anni sa di cosa si parla: ricerca sonora, atmosfere rarefatte, una musica difficile da etichettare. Tutte cose che possono benissimo riferirsi a questo disco. Che rifugge da qualsiasi tentazione di battere territori già troppo abusati, ma anche di ricercare uno sperimentalismo sterile e fine a sé stesso. Alla fine: un po' di rock, molta intelligenza e più di un momento che cattura veramente l'attenzione.
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ELIO E LE STORIE TESE - Esco dal mio corpo.. 1993 E questi sono gli inizi di Elio e le storie tese: vecchi pezzi da sempre seguiti dal gruppo prima di diventare famoso. Elio e i suoi folli amici si dimostrano ancora irriverenti, spesso esilaranti, tecnicamente quasi mostruosi, ma non vorremmo che questo ripescare vecchio repertorio nascondesse un minimo di crisi creativa. Sarebbe un disastro per l'asfittico panorama italiano che della lucida e pericolosissima follia di Elio e Compagni ha un bisogno disperato.
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ELIO E LE STORIE TESE - Made in Japan - 2001 Elio e le storie tese non sono (solo) un gruppo demenziale, non solo (solo) un gruppo volgare e sboccato, non sono (solo) la più geniale band italiana e probabilmente europea. Sono anche un pugno di musicisti straordinari, in grado di concepire ed eseguire spartiti di una difficoltà tecnica mostruosa. Ma quasi nessuno se ne accorge. Eppure ciò che risulta evidente da questo doppio live è proprio la maestria tecnica di Elio e Compagni. Alla fine, di John Holmes, di El Pube, del Vitello dai piedi di balsa e degli uomini col loro bravo borsello in finto budello sappiamo ormai tutto ma, ascoltandoli suonare senza trucchi da sala di registrazione, spero che tutti si accorgano di che splendidi musicisti siano questi. L'album è una gioia per le orecchie, per le intuizioni geniali che già conosciamo e per la verve con cui il mitico complessino sa spararle via come se niente fosse. E anche se mancano alcuni pezzi irrinunciabili ("Pipppero", "Burattino senza fichi", "Abitudinario"), il resto è talmente godibile che possiamo anche perdonarli.
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ELO - Out of the blue - 1977 Era durissimo negli anni '70 fare del pop. Potevi scrivere dei piccoli capolavori di semplice genialità, ma la critica "impegnata" dell'epoca con te non aveva pietà: il pubblico, oltre tutto, non gliel'avrebbe mai permesso. Figurati poi in piena epoca punk! |
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ELO - Zoom - 2001 Di quanto ci sia mancata la vecchia Electric Light Orchestra ci accorgiamo ascoltando questo album uscito a quindici anni di distanza dall'ultimo. Anche a non voler fare i nostalgici a tutti i costi, è certo che lo stile inconfondibile della band (che poi oggi è ridotta al solo Jeff Lynn, il che basta e avanza) riporta alla mente i momenti d'oro della band e qualche brivido lo procura. E' un gran bel disco, questo, con la solita brillantissima produzione di Lynn e alcuni momenti di altissima classe che dovrebbero riuscire ad interessare anche chi di "Out of the blue" o "Discovery" non sa nulla. Ma, accidenti, per tutti gli ultratrentenni, che meraviglia riconoscere le classiche soluzioni sonore "alla ELO" in "Allright" o "Ordinary dream"!…
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ELTON JOHN - Songs from the West Coast - 2001 Erano anni che Elton John (che peraltro si è sempre mantenuto su uno standard più che accettabile) non sfornava un disco del genere. non c'è una canzone "debole", non ce n'è una che riveli stanchezza compositiva (e dire che dopo centinaia di pezzi...), nessuna che risulti già sentita eppure tutte con l'inconfondibile marchio di uno dei maggiori autori di canzoni degli ultimi 40 anni. Una gioia per le orecchie di chi ama la musica semplice (trattasi di pop, alla fine) ma di altissima calsse. Un gran disco, ovviamente, fuori dalle mode e fuori dalla mischia. Oscuro il titolo dell'album: ovviamente queste canzoni non hanno niente a che vedere con lo stile nato sulla costa occidentale 35 anni fa.
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ELTON JOHN - Duets - Elton come Sinatra alle prese con tanti partners in un album zeppo di cover che al primo ascolto tenderebbe a far sorgere il sospetto che la trovata mascheri un minimo di crisi creativa. Ma il fatto che forse manchi una brano vincente già al primo impatto come The One, e che la vecchia Don't let the sun go down on me sembri di gran lunga il momento più felice del disco non deve far pensare ad un lavoro di scarso livello. Un po' meno immediato, questo sì.
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ENRICO RUGGERI - L'isola dei tesori - Che Ruggeri fosse anche un ottimo autore conto terzi lo si sapeva. Qui vuole ribadirlo andando a ritrovare alcuni brani semisconosciuti affidati originariamente a Morandi, la Mannoia, Luca Ghielmetti, i Canton, la Bertè, ecc. Poi ci sono tre inediti. Le nuove versioni sono decisamente più rock, a volte anche un po' forzatamente (la sanremese "Padre Nostro", originariamente eseguita dagli O.R.O.). Certo, con un po' di furbizia Enrico avrebbe potuto inserire alcuni suoi pezzi forti a trainare l'album ("Quello che le donne non dicono", "Il mare d'inverno"...), ma evidentemente, tra le intenzioni di Ruggeri non c'era quella di fare il furbo...
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EROS RAMAZZOTTI - Dove c'è musica - Questo album segna il momento in cui, per la prima volta, Ramazzotti ha preso in mano le redini del suo discorso musicale. Sempre presente come autore, qui firma anche la produzionei. E i risultati sono controversi. Sulla bontà della produzione, ad esempio non si discute: del resto Celso Valli come arrangiatore è una garanzia di fosforo e intuizioni, così come non potevano fallire gli eccellenti musicisti chiamati a collaborare al progetto. Dove il disco mostra la corda è, invece, proprio nelle canzoni. Tranne che in un paio di episodi ("Stella gemella", "Più bella cosa"), sfrondati i sontuosi arrangiamenti e i preziosismi musicali, resta poco o niente. Insomma, questo film ha un grande regista è recitato da attori da oscar, ma il copione non è all'altezza. Una splendida scatola (quasi) vuota.
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ESTRANEA - Direzione estranea - 2001 Qualcuno ha già cominciato a parlare di cloni dei Lunapop, ma questo è assolutamente ingiusto: gli Estranea sono bolognsi come Cesare e compagni, entrambi i gruppi hanno una felice vena compositiva pop, ma le analogie si fermano qui. Gli Estranea sono un po' più rock (un po'), rispetto ai "cugini", lavorano molto (e bene) sulle voci e forse dovranno sudare ancora un po' per trovare la zampata vincente (quella, diciamolo, che nessuno riconsceva neppure ai Lunapop). Quello che comunque conta è che le canzoni sono tutte di buon livello e non denunciano alcun modello evidente. Mettiamola così: quello che doveva metterci, il gruppo ce l'ha messo. Adesso tocca a discografici, giornalisti, promoter e, naturalmente, un pizzico di fortuna. Poi potremmo anche trovarci a fare i conti con un nuovo fenomeno italiano.
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EUGENIO FINARDI - Sugo - 1976 Attorno agli anni '70, la musica di Milano era in fermento. Se fino a quel momento i giovani musicisti avevano cercato interlocutori nelle case discografiche tradizionali, trovandoli anche spesso come era accaduto ai primi cantautori e ai tanti gruppi progressive, in quel periodo i giovani musicisti più impegnati politicamente cercavano invece di svecchiare l'industria discografica cercando soluzioni alternative alle "vecchie" major. E' infatti di quel periodo la nascita di diverse etichette "indipendenti" che avrebbero avuto il grandissimo merito di offrire opportunità a musicisti che altrimenti difficilmente avrebbero trovato ascolto in ambiti più "ufficiali". E' ad esempio il caso, in ambito pop e rock, della Numero Uno di Battisti e Mogol e in ambito "alternativo" della Ascolto, dell'Ultima Spiaggia, e soprattutto delle Cramps. Attorno alla Cramps si muoveva un variegata fauna musicale latrice di proposte artisticamente anche molto diverse, ma con lo stesso denominatore comune di un impegno politico per lo più sconosciuto (in questi termini e con questa decisione) sia ai cantautori del decennio sia i gruppi progressive. Area, Stormy Six, Alberto Camerini, Arti+Mestieri, Claudio Rocchi, tutta una serie di sperimentatori e jazzisti come Mario Schiano, Juan Hidalgo, Walter Marchetti, Derek Bailey e molti altri gravitavano attorno alla Cramps e alle sue etichette Divergo e Nuova Musicha, spesso dando il loro contributo creativo alla realizzazione del nuovo album di questo o quel collega. Una sorta di "comune" artistica "coordinata" dal grande e compianto Gianni Sassi. Tra di loro c'era il giovane Eugenio Finardi. Ex chitarrista dei Pacco (con Walter Calloni e Alberto Camerini), aveva inciso un paio di singoli in inglese (aveva madre americana ed è sempre stato bilingue) per la Numero Uno prima di seguire Demetrio Stratos (ex Ribelli e futuro Area) alla Cramps. Lì aveva trovato terreno fertile e orecchie disponibili e nel '75 aveva inciso "Non gettate alcun oggetto dal finestrino", album che evidenzia immediatamente la distanza tra lui e il panorama musicale italiano del periodo. In quel disco non c'erano le magiche atmosfere della PFM e neppure il misurato impegno sociale (non diciamo politico) dei "colleghi cantautori, eletta schiera": c'era rock, rabbia, urgenza, ribellione. Tutte caratteristiche che sarebbero state messe compiutamente a fuoco l'anno dopo con il successivo "Sugo". Album musicalmente e contenutisticamente più evoluto, contiene almeno due canzoni in grado di lanciare in orbita Finardi: "Musica ribelle" e "La radio". La prima era il vero manifesto artistico e politico del cantautore (definizione che a lui, comunque, andava stretta), la seconda, commissionata un po' per scherzo, come jingle, da Radio Popolare, divenne il vero inno delle nascenti radio libere. L'album non era comunque tutto lì, anche se poi quelle furono le canzoni che sarebbero "restate". A parte "Quasar", nervoso strumentale jazzrock assolutamente improbabile nel disco di un qualsiasi altro "cantautore" ma perfettamente inserito in questo clima e in questo progetto e nel quale è evidente la presenza dei musicisti degli Area, è chiaro che questo album nacque soprattutto per "dire". "Soldi", "Voglio", "La Cia", "La paura del domani"… sono brani che esprimono tutta l'urgenza di denunciare ciò che non funzionava (e non avrebbe mai funzionato) per una generazione che, come avrebbe cantato l'anno dopo lo stesso Finardi in "Diesel", voleva "Tutto e subito". Tuttavia, proprio la foga, la convinzione e la verbosità anche eccessive di queste canzoni gli alienarono le simpatie di un pubblico che poteva apprezzare i contenuti ma mal sopportava i comizi. D'altra parte proprio queste canzoni fecero di Finardi il "cantore" ufficiale di un certo movimento politico "musicalmente orfano" dei Pietrangeli o dei Della Mea che avevano portato la politica in canzone nel decennio precedente.L'impegno di Finardi non sarebbe mai venuto meno: nel successivo "Diesel" avrebbe trovato modi più musurati e una musicalità più intensa: sarebbe cambiato il mondo intorno a lui, invece. Un cambiamento che Eugenio non volle o non seppe sempre seguire.
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EURYTHMICS - Live 83-89 - 1994 Si può salvare davvero ben poco della musica del decennio scorso. Tra quel poco sicuramente gli Eurythmics che questo triplo cd ci ripropone in una summa quanto mai esaustiva. In più le esecuzioni live tolgono al duo quella patina di sintetico che per molti rappresentava l'unico limite di un progetto musicle al limite della perfezione. C'è solo da rimpiangere che come tutte le (poche) cose buone degli anni ottanta anche questa non sia durata.
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