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A CAMP - A Camp - 2001

A Camp è il progetto solista di Nina Persson dei Cardigans. Un progetto dalla gestazione lunga e laboriosa, se è vero che queste canzoni sono in giro da almeno 3 anni e solo ora hanno trovato la strada per finire in un album. E per fortuna, perché dal nord Europa (in questo caso dalla Svezia) continuano ad arrivare cose che portano freschezza nell'ormai asfittico mondo del rock. Niente di sconvolgente, per carità, ma qualche atmosfera, qualche idea, qualche spunto che finisce sempre per cogliere di sorpresa. In questo caso abbiamo un pugno di canzoni di brillante e semplice bellezza, un po' (inevitabilmente) Cardigans e un po' Sparklehorse (la produzione è di Mark Linkous), ma in verità nè gli uni nè gli altri completamente. Un lavoro veramente buono, alla fine, con il merito ulteriore di porre la Persson ad un livello un po' superiore rispetto a quello di semplice cantante (e co-autrice) dei Cardigans.

 

AALIYAH - Aaliyah - 2001

Siamo onesti: chi avrebbe notato questo disco se il nome della giovanissima cantante non fosse tragicamente balzato agli onori della cronaca? Forse solo quei pochissimi che avevano conosciuto (e inevitabilmente) apprezzato i due lavori precedenti. Che forse di questo erano anche migliori. Più hip hop quelli più pop questo, e quindi più scontato, forse. La voce della cantante vola sempre alta, tuttavia, altissima, e chissà dove sarebbe arrivata se un destino crudele non l'avesse riportata a terra troppo bruscamente.

 

ACO BOCINA - Aco Bocina - 2001

Aco Bocina è un virtuoso della chitarra acustica e del mandolino, venuto su a musica balcanica (è slavo), Paco de Lucia e chissà quante altre influenze. Che in questo disco sembrano esserci tutte. E forse sono troppe. Si passa da veementi schitarrate alla Gipsy King al sirtaky, dalla musica balcanica a certo easy listening un po' troppo elevator music... Probabilmente la grande versatilità è un pregio, tuttavia la troppa varietà rischia sempre di far perdere di vista la direzione artistica del lavoro. Si possono scegliere i brani più convincenti (generalmente quelli cui la rumena Fanfare Ciocarlia dà un sapore naif e sgangherato) e tralasciare gli altri, ma il senso generale del disco rischia sempre di sfuggire.

 

ACOUSTIC ALCHEMY - Positive Thinking

E' musica senza fretta, quella degli Acoustic Alchemy, che gioca sulle corde delle chitarre e si diffonde dolcemente. Una nuova evoluzione della new age music che tanto successo ebbe una decina d'anni fa. Gli Alchemy, tuttavia, (e questo disco ne è una prova) riescono sempre a fuggire quello che è il pericolo maggiore per musica di questo tipo: la noia. Anche questo Positive thinking, pur nel rispetto di un genere che non consente poi grande spazio di manovra, riesce a variare le proprie atmosfere. Forse non siamo più molto abitutati a questo tipo di proposte strumentali, ma un ascolto potrebbe aprire a qualcuno orizzonti inimmaginati. Provate.

 

ADRIANO CELENTANO - Gli anni del rock - 2000

Esce ad un prezzo irrisorio questa raccolta che racchiude gli hit di inizio carriera di Celentano. Siamo tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60 e lui fu tra i primi ad adottare i nuovi suoni e i nuovi ritmi che arrivavano dall'America. Alcuni di questi pezzi ("24.000 baci", "Il tuo bacio è come un rock", "Non esiste l'amor", "Ciao ti dirò"), sono diventati del classici, altri permettono la riscoperta delle origini di un personaggio che non è certamente nato con i recenti comizi televisivi.

 

AFRICA UNITE - 20

Sono vent'anni dalla nascita degli Africa unite e dalla morte di Bob Marley. Così ecco il gruppo tributare un bell'omaggio al padre del reggae schivando i brani più ovvi. L'operazione sembra anche doverosa verso colui che ha fatto per questa musica (e quindi, indirettamente, per gli Africa Unite) più di chiunque altro. Ma quello che più conta è che, nelle mani del gruppo italiano e di Madasky che ha prodotto l'album, questi brani dimostrano tutta la propria attualità. Basta qualche dub, qualche suono di domani, e per magia il reggae diventa buono per altri decenni a venire.

 

ALANIS MORISSETTE - Supposed former infatuation junkie -

Un album talmente intenso da rendere inutile parlarne. Ascoltatelo, è l'unica cosa che mi sento di dire: per chi ha orecchie e anima per queste intensità qualsiasi parola sarebbe insufficiente, per tutti gli altri qualsiasi parola sarebbe inutile.

 

ALBERTO FORTIS - Dentro il giardino - 1994

Torna il cantautore di Domodossola che da dieci anni cerca di bissare i successi ottenuti all'inizio di carriera. Questo album avrebbe le carte in regola per imporsi al grande pubblico, ma quel che più conta è che Fortis, alla ricerca del successo non cede un millimetro dalle sue convinzioni artistiche. Un album coerente, quindi, infuso della spiritualità e delle immagini quasi pittoriche da sempre care al musicista.

 

ALICE - Exit -

Da sempre Alice fa quello che le pare, incurante di quello "Che va". Guadagnandosi bei voti in pagella ma spesso lasciando troppi dischi invenduti nei negozi. Questo album dovrebbe diminuire le distanze tra lei e il grosso pubblico perché contiene un paio di pezzi accattivanti e perché comunque risulta piuttosto in linea con certa produzione "progressiva" internazionale. Questo per quanto riguarda il borsellino dei discografici. Per chi ama la musica vera, va invece detto che "Exit" è un album a livello mondiale, coraggioso, pensato nei minimi particolari e realizzato con felice spontaneità. Un disco sospeso tra canzone e musica colta, per palati raffinati e cuori ancora in grado di ricevere un segnale.

 

ALICE IN CHAINS - Jar of flies - 1994

Dura solo trenta minuti (ma il prezzo è in proporzione) questo cd, ma mai come in questo caso viene da pensare che val più una mezz'ora di musica così che le tante ore di suoni assolutamente inutili che la discografia cerca di propinare ai giovani. Se il grunge ha ormai fatto il suo tempo i musicisti più sensibili ne ricercano i possibili sviluppi: gli A.I.C. fanno le loro proposte e molte sfiorano la genialità.

 

AMALIA RODRIGUEZ - The art of A. R. -

Doveroso omaggio a quella che forse è la più grande cantante tradizionale portoghese. La sua fama ha travalicato di gran lunga i confini della penisola iberica e c'è stato un momento in cui Amalia era famosissima anche qui in Italia. Il suo genere è il "Fado": melodie morbide, spesso malinconiche condotte da strumenti acustici, chitarre e mandolini. Si parla tanto di etno music, e questo, alla fine, ne è un esempio tra i più alti.

 

ANDREA MINGARDI - Sei- al Duemila - 1994

Domanda: qual'è stato il primo musicista in italia a fare del rap? Risposta: proprio Andrea Mingardi, con un pezzo in dialetto bolognese (C'sa vut dalla vetta) assolutamente geniale. Qui Mingardi tralascia il dialetto, ma non la voglia di dire: alcuni brani sono assolutamente splendidi e francamente, col maledetto senno di poi, non sappiamo veramente cosa sarebbe successo a Sanremo se invece della "normale" Amare amare, Andrea avesse portato un pugno nello stomaco come La mafia siamo noi...

 

ANGELA BARALDI - Rosasporco - 2001

Com'è che le cose non vanno mai come dovrebbero? Prendete questo disco. Grandi canzoni, dure, moderne, e grande produzione (Vernetti e Phil Palmer): un lavoro che dovrebbe entusiasmare chi cerca qualcosa di più del facile ritornellino estivo e ama certa graffiante canzone al femminile (Alanis Morissette, Tori Amos, per dire). Invece controllo e ricontrollo, ma tra i primi dieci in classifica quest'album non c'è! Dire che questo è semplicemente uno dei migliori prodotti italiani di quest'anno servirà a fare avere a Cesare quel che è di Cesare (e ad Angela quel che è di Angela)? Speriamo di sì: che un lavoro come questo non venga conosciuto (e, inevitabilmente, apprezzato) come merita sembra un delitto.

 

ANGELO BRANDUARDI - Il dito e la luna -

C'è moltissima Irlanda in questo nuovo Branduardi che nella sua carriera le ha provate un po' tutte. Grandissimo successo a metà degli anni '70 con ballate medievaleggianti e storie di animali, quindi il minimalismo di poco successo degli anni '80 e infine il difficile ritorno negli anni '90. Ma alla fine Branduardi è sempre lui, possono cambiare le forme (alla fine, neanche di tanto) ma non la sostanza. I testi di questo disco sono tutti di Faletti sempre meno comico e sempre più autore di grande spessore. Certo non acchiapperà ilsuccesso di Cogli la prima mela, questo disco, ma quante scoperte, ascolto dopo ascolto, riserva a chi vuole dedicargli un po' d'attenzione.

 

ANGELO BRANDUARDI - Studio Collection -

33 canzoni di Angelo Branduardi che ne coprono la carriera dagli inizi agli ultimi episodi. Pecato che i brani più vecchi non siano in versione originale. La raccolta è sicuramente ricca ma, come tutte le raccolte, deluderà qualcuno che avrebbe preferito un certo brano piuttosto che un altro. Uno dei suoi pregi principali è che potrebbe suscitare in qualcuno la voglia di cercarsi gli album originali. E in alcuni casi sarebbe un'ottima idea.

 

ANGELO BRANDUARDI - Alla fiera dell'est - 1974

"Di questa roba o non ne veniamo una copia o ne vendiamo un milione" la profetica frase fu del discografico che alla fine si decise a pubblicare un disco che per mesi nessuno aveva voluto. Addirittura alla RCA con cui Branduardi aveva pubblicato in sordina i primi due album, si erano mesi a ridere sentendo quell'assurda filastrocca di cani che mangiano gatti che mangiano topi. L'album vendette tre milioni di copie restando un anno in classifica. Ma non subito. Il fatto era che Branduardi, sua moglie Luisa che si occupava dei testi e Maurizio Fabrizio (splendido e sottovalutato autore) che curava gli arrangiamenti vivevano in un mondo tutto loro. Alla metà degli anni '70, se eri un cantautore dovevi essere impegnato politicamente e socialmente. Altro che storielle di cervi, corvi, nuvole e fiori. Non era facile, allora, credere in quella roba. David Zard, storico produttore e organizzatore di concerti, ci credette: organizzava il tour di Gloria Gaynor e alla fine di ogni serata, con l'incasso pagava sala di registrazione e musicisti. "Alla fiera dell'est" nacque così, come una scommessa di un pugno di persone che credevano in qualcosa che non si era mai sentito prima. Almeno in Italia, perché poi Cat Stevens, diversi gruppi progressive (Gentle Giant e Genesis in testa) e decine di musicisti dediti alla tradizione celtica, questi terreni li battevano già da tempo. Per l'Italia, invece, queste canzoni che sapevano di fiaba e medioevo, rimandavano ai reel e alle gighe del nord Europa quanto alla musica rinascimentale e alla tradizione ebraica, erano un novità. E come ad ogni novità, bisogna farci l'orecchio: "Alla fiera dell'est" languì nei negozi per sei mesi prima di esplodere col botto. Ma da quel momento non solo il disco, ma anche Branduardi stesso diventarono un punto fermo, per quanto atipico, del panorama musicale italiano e canzoni come "Soto il tiglio", "Il dono del cervo" o "la favola degli aironi" avrebbero raccolto qualche entusiasmo anche all'estero (ascoltate, se ne avete occasione, la versione inglese dell'album "Highdown fair": vi sorprenderà!) Strano che la lezione del menestrello di Cuggiono, che poi avrebbe continuato a sfornare molti ottimi album in questo filone, non sia stata ripresa da alcuno, ma forse nessuno sarebbe stato credibile quanto lui alle prese con questo tipo di materiale.

 

ANTONELLO VENDITTI - Le cose della vita - 1973

L'Antonello Venditti degli anni '70 ha poco a che vedere con quello che ascoltiamo oggi. In lui convivono ancora diverse anime in un equilibrio tanto precario da reggere giusto il tempo di qualche album prima di spezzarsi clamorosamente. L'ideologia politica è stemperata da un certo gusto pop di stampo anglosassone che lo trascina via dalle secche della canzone militante, una vena sentimentale che (come lamenterà anni dopo) non poteva essere espressa compiutamente in periodo di esclusiva attenzione verso il "sociale" rispetto al "privato" ma che proprio grazie a questo non rischiava mai di cadere nello stucchevole, intuizioni poetiche di un certo spessore che poi "gli sarebbe passate" come passano le malattie infantili. I dischi della prima metà del decennio presentano tutte queste componenti e ciò che ne risulta è il meglio della vasta produzione del cantautore romano: gli episodi più sinceri, meno inquinati dalla ricerca di un successo da classifica che allora, evidentemente non era una priorità. In particolare, ecco questo album del '73 che può essere considerato di fatto il primo vero album completamente di Venditti. In esso, inciso in due giorni e due notti, il musicista si affranca definitivamente dal sodalizio con De Gregori, può abiurare categoricamente gli arrangiamenti pomposi e mai apprezzati de "L'orso bruno", impostigli dalla casa discografica che voleva lanciarlo come l' "Elton John de Trastevere": qui Antonello può fare da solo ciò che vuole. Ed ecco così un disco intimista nei contenuti, scarno nella veste musicale, essenziale e diretto. Quasi solamente voce e pianoforte sono sufficienti per la ribellione a tratti impietosa di "Mio padre ha un buco in gola", la denuncia sociale a tratti ingenua di "Il treno delle sette" o "Brucia Roma", la tenue poesia a tratti altrettanto ingenua di "E li ponti so' soli" o "Le tue mani su di me", quel vero manifesto artistico che è "Le cose della vita". Un manifesto in parte tradito solo pochi anni dopo alla ricerca di un consenso da stadio che non era nei patti di questi promettenti inizi. Ma si sa come vanno le… cose della vita...Ultima curiosità: nell'album doveva essere inclusa la canzone "Ruba" che all'epoca fu incisa anche da Mia Martini e mai pubblicata fino a quest'anno in un album di rarità della cantante. Tuttavia le due versioni provinate del brano durante le sessions di registrazione vennero escluse dalla track list del disco all'ultimo momento. Il motivo ha probabilmente a che fare con le tante censure imposte dalla rai in quel periodo. Il brano infati allude al "bloody sunday" irlandese e utilizza un'espressione forte e, alle orecchie bacchettone dell'epoca, provocatoria: "se il fucile ti verrà a cercare, amalo, tu lo vedrai abbassare".

 

ANTONIUS REX - Zora - 1972

Mentre il figlio (Rexanthony) sta diventando una star internazionale della techno, il padre (Antonio Bartoccetti), 22 anni fa, pilotatava un gruppo sperimentale interessanto all'occultismo e all'elettronica chiamato Antonius Rex. Tra le due proposte musicali non c'è alcuna parentela, ovviamente, ma questo disco dimostra come l'essere musicalmente "avanti" sia evidentemente un vizio di famiglia. Non cercate questo "Zora" perché è praticamente introvabile, ma se dovesse capitarvi tra le mani, sappiate che per averlo qualche collezionista potrebbero anche svenarsi.

 

AREA - Arbait macht frei - 1973

A fare da contraltare ai voli fantastici dei musicisti progressive che cantavano di maghi e carrozze, fate e incensieri, nei primi anni '70 c'erano (pochi) gruppi come gli Area. Decisamente attenti alla realtà, anche la loro proposta musicale, spesso provocatoria, era un autentico strumento politico. Nati dall'improbabile incontro tra musicisti provenienti da esperienze diversissime (chi dal beat, chi dal jazz, chi dal liscio dell'orchestra del padre), gli Area riuscirono a scrivere una pagina cruciale della musica italiana di quel periodo. Questo è il loro primo album, del '73, un disco che arrivò come un pugno in faccia in un mondo del rock che in Italia stava ancora sognando. Musicalmente la proposta degli area denunciava richiami abbastanza evidenti a certo jazz e a certo rock europeo realmente progressivo (Soft machine, Henry Cow, la Scuola di Canterbury, i Gong), ma ciò che faceva la differenza era l'incredibile voce di Demetrio Stratos, strumento tra gli strumenti. Stratos non "cantava": "usava" la voce spingendola in territori sconosciuti, singhiozzando, sussurrando, gridando, facendole saltare le ottave nella maniera più spericolata… Il tutto in modo estremamente funzionale ad una musica che recuperava influenze etniche e free jazz, musica concreta e rock. Poi i contenuti: nei testi si leggeva una critica feroce ad un sistema politico e sociale da stravolgere, ad una società troppo adagiata su sé stessa, ma anche ad un rock che ormai era visto come vecchio (e si era solo nel '73), e ad un modo di fare e vivere la musica che al gruppo non poteva più bastare. Gli anni successivi ci avrebbero mostrato un gruppo aperto al contributo di vari musicisti italiani e stranieri, aperto a esperienze musicali anche estreme e comunque sempre più consapevole del proprio ruolo politico oltre che artistico, senza tradire mai le premesse poste con questo primo bellissimo lavoro. E solo la scomparsa di Stratos nel '79 avrebbe frenato (anche se non bloccato del tutto), la storia di un'esperienza unica, e non solo musicalmente, a livello europeo.

 

ARK - We are the Ark - 2001

Spesso progetti musicali che arrivano da fuori dell'usata rotta USA-GB hanno qualcosa di destabilizzante e quindi, evviva evviva, di nuovo. Come nel caso degli svedesi The Ark, solo ora approdati al primo album dopo ben dieci anni di gavetta. Un album che raccoglie una miriade di influenze richiamando una miriade di stiuli, ma senza risultare immediatamente ascrivibile a nessuno di essi. Qui dentro c'è glam e progressive anni '70, Musical e cabaret, pop anni '80 e musica elettronica. Da questi mescoloni spesso deriva un ibrido assolutamente inascoltabile, non in questo caso in cui l'esperienza permette alla band di dosare in maniera ottimale gli ingredienti. Così da questi solchi fanno capolino i Queen e gli Abba (inevitabili), Bowie e i Roxy Music, a formare un universo sonoro che solo all'apparenza sembra fatto di lucida plastica come i manichini in copertina.

 

AUDIO 2 -Tthe best -

Gli Audio 2 sono nati giocando molto sulla somiglianza di voce e stile con l'ultimo Battisti. Poi, faticosamente, hanno imposto un loro stile ormai inconfondibile. Questa raccolta ripercorre le fasi di una storia, in realtà ancora appena nata. Forse è presto per tirare le somme, ma il disco, oltre a un pugno di brani che hanno avuto grande successo, contiene anche tre inediti qualitativamente in linea. Sarebbe stato interessante inserire anche la versione cantata dagli autori di quella "Acqua e sale" portata al successo da Mina e Celentano. Peccato che non ci abbiano pensato.

 

AUDIO 2 - Audio 2 1993

E' Battisti o non lo è? E' suo figlio, suo nipote, un replicante, un imitatore?... Nulla si sa su chi canta in questo album e si nasconda dietro l'anonima sigla Audio 2, tranne che la sua voce, il suo modo di cantare, il suo stile, sono pressochè identici a quelli del mitico Lucio. Le canzoni so-no tutte gradevolissime e un paio sono già anche state inci-se da Mina. Certo qualche cosa di più si saprà in seguito, in ogni caso l'operazione "mistero" è perfettamente riuscita