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BALENTES - Demo 2001 Un'infinita delicatezza. Tre voci che sembrano un unico strumento, tale è la perfezione del loro accordo, volano - letteralmente - su un accompagnamento strumentale che sa essere presente quanto occorre e discreto quanto serve per lasciare alle voci tutto lo spazio di cui esse hanno bisogno. Le Balentes cantano in sardo e amano, si sente, la loro terra, ma la loro non è un'operazione di semplice recupero della cultura musicale dell'isola. L'attenzione per la tradizione costituisce solo il necessario punto di partenza per un lavoro di grandissima modernità che sfiora il jazz (sembra, alle volte, di sentire il più aromatico e solare Chick Corea), la più nobile canzone, reminiscenze medievali, e addirittura, con grande ironia, il rap. Non c'è un solo momento banale in questo lavoro: il livello compositivo è spaventosamente alto, quello esecutivo anche… Ascolto e riascolto questo demo e finisco per pensare ad uno scherzo. Non è possibile che di questa infinita bravura non si sia ancora accorta alcuna major.
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BANCO DEL MUTUO SOCCORSO - Banco del mutuo soccorso - 1970 All'inizio degli anni '70, furono decine i gruppi italiani che si diedero al cosiddetto "progressive rock". Solo pochi però seppero produrre lavori di grande spessore artistico, sufficientemente svincolati dai modelli anglosassoni. Tra questi il Banco, qui al loro sfolgorante esordio. Il loro stile era (ed è tuttora) personalissimo, caratterizzato dalla voce di uno dei migliori cantanti rock italiani, Francesco di Giacomo, e da due tastiere (Gianni e Vittorio Nocenzi), cosa del tutto inusuale per l'epoca ma indispensabile per la desiderata ricchezza di suoni. Considerate che all'epoca i sintetizzatori erano monofonici, cioè producevano una sola nota per volta, rendendo impossibile suonare un accordo e per l'universo sonoro del Banco ciò ovviamente non bastava. Già in questo debutto lo stile del gruppo è piuttosto definito e non sarebbe più cambiato per diversi album. "In volo" è una sorta di manifesto programmatico di quello che sarà la storia musicale della band, "R.I.P." è un classico che ancora torna regolarmente nei concerti del gruppo, ma è con "Metamorfosi" e soprattutto con "Il giardino del mago" che il Banco illustra la propria concezione musicale. Si tratta di una lunga suite articolata in varie parti, strutturalmente piuttosto complessa, nelle quali si alternano atmosfere e climi differenti a illustrare il conflitto tra il desiderio di fuga dalla realtà e il tentativo di viverla. Rimarchevole il fatto che se influenze possono essere trovate in questa variegata costruzione musicale (come in tutta la proposta del Banco, invero) esse non riportano al tanto scopiazzato rock anglosassone, ma piuttosto al melodramma e alla musica colta italiana. Nello stesso modo in cui i testi (forse ingenui, ascoltati oggi, ma non banali) hanno un loro riferimento preciso nella tradizione culturale "alta" del nostro paese. Il celebre album "del salvadanaio" è nel complesso un'opera prima di eccezionale valore artistico cui la splendida riedizione contenuta del cofanetto "Da qui messere si domina la valle" che comprende anche la riesecuzione di "Darwin" ha saputo infondere ulteriore nitore.
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BAND - Jericho 1994 Il ruggito del vecchio leone... La credevamo finita vent' anni fa, la gloriosA Band, e invece eccola di nuovo qua, come se il tempo non fosse passato, pronta a fare vibrare i vecchi cuori di rocker ultratrentenni nel tentativo di affascinare i ragazzini. Difficile capire che effetto possa fare sulle nuovissime generazioni, ma a noi un album come questo fa l'effetto di un'oasi d'aria pura nello smog cittadino.
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BAND - The shape I'm in - L'album è appena uscito, ma le canzoni che lo compongono sono tutte datate tra il '65 e il '75. La band è il gruppo che per molti anni ha accompagnato Bob Dylan e questa è una raccolta che ne celebra le gesta. Musica tipicamente americana, tipicamente anni '60-'70: ballate, psichedelia, un pizzicol di soul bianco, chitarre, basso e batteria "veri" e il grande Robbie Robertson a firmare quasi tutti i brani tra cui la famosissima "The Weight"
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BEATLES - Please please me 1963 Non pare di vederli questi giovanissimi Beatles sotto il soffitto basso del Cavern agitarsi ed agitare i ragazzi ai piedi del piccolo palco? “One, two, three, four” e via con "I saw her standing there”, il rock'n'roll che padri del rock'n'roll (Elvis, Jerry Lee e Chuck in testa) non erano mai stati in grado di scrivere… Il primo album di questi ragazzini che da un po' stavano facendosi notare in giro per il paese, il produttore George Martin (personaggio fondamentale nella musica dei Beatles) l'aveva proprio voluto così: la fotografia su disco di una tipica esibizione del quartetto. Pezzi originali (“Misery” “Ask me why” “Please please me”, primo singolo a piazzarsi nei Top Five, “Love me do”, un onorevole 17° posto alla sua uscita…) e cover “inevitabili” per quel periodo (“Anna”, “Chains”, “Boys” “Baby it's you” di Burt Bacharach…). Infine una chiusura esplosiva con la celeberrima “Twist and shout” che divenne talmente famosa in questa versione da far dimenticare il fatto che si trattasse, anch'essa, di una cover. Proprio questo brano fu inciso alla fine dell'unica lunghissima sessione di registrazione dell'11 giugno durante la quale era stato registrato tutto l'album e dato che Lennon, influanzato, era ormai senza voce, l'unico modo per cantarla era urlarla a squarciagola. A George Martin andò benissimo così.
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BEATLES - With the Beatles 1963 Era stato sufficiente il primo album per dar fuoco alla miccia della Beatlemania. Un fenomeno esploso in mano ai discografici e al quale i discografici forse non credevano particolarmente. Tant'è vero che, per sfruttare il momento favorevole, spedirono il gruppo nuovamente in sala di registrazione a pochi mesi dall'uscita di “Please please me” e mentre ancora i nuovi singoli ("From me to you", "I want to hold your hand", "She loves you") volavano come traccianti attraverso l'hit parade. Ma se “Please please me” aveva avuto il pregio dell'immediatezza e della novità, tre mesi di registrazioni e l'uso di tecniche più sofisticate come la sovraincisione delle voci produssero un album non altrettanto efficace. E i successi del periodo appena citati non vennero neppure inclusi nel disco (il protocollo delle classifiche vietava che un brano uscito come singolo fosse incluso in un album nello stesso anno) che così finì per mancare di un brano veramente trascinante.
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BEATLES - A hard day's night -1964 Neanche un anno dopo l'uscita del primo album, la Beatlesmania era già una realtà assodata. Le facce dei 4 Beatles erano ovunque, i ragazzi si pettinavano e vestivano come loro, i concerti erano presi d'assalto e i dischi andavano a ruba. E dato che in quel periodo tutte le star della canzone finivano col fare un film (avete presente Elvis?), ecco i Quattro davanti alla macchina da presa nelle vesti di… loro stessi alle prese con i fans. Tuttavia, questo “A hard day's night” (“Tutti per uno” in Italia) rappresentò un'eccezione nel panorama dei “musicarelli” dell'epoca perché Richard Lester (apprezzato regista del cinema indipendente inglese) fece un ottimo lavoro. L'album è la colonna sonora del film e rappresenta un deciso passo avanti nella produzione del gruppo. Tanto per cominciare, tutti i brani sono firmati dall'ineffabile coppia Lennon/McCartney (si saprà poi che le canzoni erano composte quasi interamente da uno o dall'altro e firmate da entrambi) e molti di essi sono entrati di diritto nella storia della band. Diciamo la title track, “I should have known better”, “And I love her” che John definì “la prima "Yesterday" di Paul”, “Things we said today”, romantica riflessione di Paul sulla sua relazione con l'attrice Jane Asher, la scatenata “Can't buy me love”... Il suono-Beatles era già ben definito ed era ormai del tutto evidente come la Beatlesmania fosse alimentata più dal vero talento dei Quattro che dagli urletti isterici delle loro fans.
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BEATLES - Beatles for sale - 1964 “A hard day's night” era stato un buonissimo album. Subito dopo, “I feel fine” era stato un buonissimo singolo: tutto lasciava presagire un'altra grande prova del quartetto di Liverpool, invece “Beatles for sale” risulta essere forse il disco peggiore dell'intera produzione beatlesiana. In esso ritornano le cover mentre i brani originali si perdono nell'anonimato. Certo, "Eight days a week” arrivò (immeritatamente) primo in classifica (ricordate ciò che si diceva sui dischi di pernacchie?) ma questo non basta a nobilitare un lavoro le cui canzoni oggi sono conosciute solo dai fans più sfegatati. In realtà i Beatles erano stanchi e forse non reggevano la pressione. Qualcuno sospettò che la vena compositiva di Paul e John fosse ormai esaurita (anche se la lennoniana “I'm a loser” derivata dallo stile di Dylan ma non priva di una certa originalità, pareva dimostrare il contrario) qualcun altro derubricò la Beatlesmania a fenomeno solamente di costume negandogli qualsiasi giustificazione artistica. I Beatles erano in vendita, qualcuno li voleva comprare?
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BEATLES - Help! - 1965 Una mattina Paul si alza. Brancola fino al pianoforte e appoggia le mani sui tasti. Ha in mente questa cosa… “ Scrambled eggs… all my troubles seem so far away …” Paul chiude il pianoforte: uova strapazzate…che scemenza… Però la melodia non se ne va… (dirà poi lui che certe cose nascono perfette come un uovo: senza una crepa, senza un'imperfezione…)
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BEATLES - Rubber soul - 1965 I Beatles stavano crescendo. Musicalmente e umanamente. Erano decisamente meno inclini a sottostare ai dettami dell'industria e avevano voglia di tentare qualcosa di nuovo. La consapevolezza di potersi permettere tutto questo faceva parte della loro crescita.
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BEATLES - Revolver - 1966 Dopo “Revolver” il pop non fu più lo stesso. Su questo, nessuna discussione.
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BEATLES - Sgt. Pepper... - 1967 Una volta pubblicato “Revolver”, i Beatles partirono per un massacrante tour in Asia seguito da uno altrettanto insoddisfacente in USA dove furono osteggiati per la famosa frase di Lennon sulla loro popolarità superiore a quella di Gesù Cristo. Ritornati in patria con i nervi a pezzi e avuta l'assicurazione dal loro manager Brian Epstein che non avrebbero mai più messo piede su un palco, tornarono in sala di registrazione per un nuovo album che avrebbe dovuto essere incentrato sulla loro infanzia a Liverpool. Le due prime strepitose canzoni realizzate (non senza grandi fatiche) furono “Penny Lane” di Paul e “Strawberry fields forever” di John, ma siccome la casa discografica voleva pubblicare un nuovo singolo, i due brani vennero “requisiti” per il 45 giri. Così i due pezzi non poterono entrare nel progettato album liverpooliano e i Beatles dovettero ricominciare tutto da capo.
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BEATLES - Magical mistery tour - 1967 "Magical mistery tour" è una faccenda strana. É un disco dei Beatles e non lo è… Era successo che Paul, durante un viaggio in America, entrando in contatto con una comunità hippy, aveva avuto l'idea per un nuovo film. Si era subito messo a scriverne la colonna sonora pur riscuotendo ben poco entusiasmo da parte degli altri. Alla fine il film (evidente parafrasi di un viaggio lisergico) fu realizzato e trasmesso dalla BBC ma raccolse solo critiche negative anche se gli andrebbe riconosciuto almeno il ruolo di apripista del genere “road movie” inaugurato due anni dopo da “Easy rider”. La colonna sonora costituita da 6 pezzi uscì in Inghilterra come doppio singolo, ma in America, dove il film non doveva uscire, ai sei brani si unirono i lati A e B dei singoli usciti durante il '67. Tra i pezzi “nuovi” si segnala la malinconica “The fool on the hill” (forse il brano più “nobile” del disco), l'acida “Blue Jay Way” (di Harrison) e “I'm the walrus” di un sempre più allucinato Lennon, nobilitata da uno stupefacente arrangiamento di Martin. Accanto a loro i brani che avevano composto il singolo oggi considerato il più bello della storia del pop: “Strawberry Fields forever” / “Penny Lane” e poi un altro brano storico, la lennoniana “All you need is love” con il suo lato B “Baby you're a richman”. In particolare la prima, che per il suo messaggio assurse immediatamente a inno, rappresentava bene, seppure in modo del tutto superficiale, quella irripetibile estate di “peace & love”.
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BEATLES - The Beatles - 1968 (White album) Il famoso “Album Bianco” dei Beatles è da molti considerato un monumento, un capolavoro al pari di “Sergeant Pepper”. Questo doppio vinile è il frutto di un viaggio in India dei Quattro che se certo non accrebbe di molto la loro profondità spirituale, sicuramente ripulì un po' il loro cervello dall'acido. E in particolare quello di Lennon (che peraltro in compagnia della nuova compagna, Yoko Ono, di lì a poco avrebbe preso a frequentare l'eroina). Questa pulizia sbloccò la creatività dei musicisti che in poco tempo scrissero oltre trenta brani. Non tutti di alto livello: a distanza di tempo, si potrebbe anzi dire che forse sarebbe stato meglio realizzare un grande album singolo, piuttosto che un doppio nel quale i buoni momenti convivono con canzoni rinunciabili. In ogni caso, i Beatles decisero di registrare e di pubblicare tutto. Impacchettandolo in una copertina completamente bianca nell'era dell'esplosione dei colori. Ma alla fine è il tempo il miglior giudice della grandezza di una canzone (e, nel caso dei Beatles, non è pensabile che un capolavoro rimanesse “nascosto”). Così se dei 35 brani che compongono l'“Album Bianco” ne sono rimasti nella memoria collettiva solo alcuni (la sciocca “Ob-la-di ob-la-da”, la frizzante “Back in the U.S.S.R.”, la bellissima “While my guitar gently weeps” che segna la maturità compositiva di George, la dolce ballata acustica “Blackbird”), un motivo ci sarà…
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BEATLES - Abbey Road - 1969 I Beatles erano usciti dalla registrazione dell'“Album Bianco” a pezzi. Ognuno cominciava ad intravedere la fine del progetto comune e l'inizio di interessi personali. Anche se nessuno voleva dire la parola “fine”, tutti l'avevano bene in mente. Forse erano stanchi l'uno dell'alktro, forse l'entusiasmo degli inizi si era esaurito, forse le tante beghe economiche o gestionali avevano finito per minare la fiducia reciproca, forse (come tanti sostengono), anche Yoko Ono ci mise del suo… Decidendo di realizzare un album finalmente insieme, anzi registrato dal vivo e senza successive rielaborazioni, ognuno di loro forse pensava in realtà ad un disco d'addio. Perché dal vivo? L'idea era di filmare il gruppo al lavoro, ma i quattro non erano d'accordo su niente e la presenza di Yoko Ono sul set non migliorava certo il clima. Tra mille difficoltà, le riprese vennero effettuate (da centinaia di ore se ne tirarono fuori 88 minuti) e i brani con molta fatica vennero sì registrati, ma poi, siccome anche su quelle registrazioni nessuno era d'accordo, il tutto fu lasciato a prender polvere sugli scaffali. Disco e film sarebbero usciti, sotto il titolo “Let it be”, un anno dopo. Ma non era ancora la fine. Dopo la registrazione di quei pezzi, i Quattro decisero d'accordo con George Martin di registrare un ultimo album prima dello scioglimento che sembrava oramai inevitabile. Di fatto le canzoni che compongono questo album furono concepite e spesso registrate “in proprio” dai singoli musicisti e qualcuno, non a torto, parlò di quattro album solisti in uno, non dell'album di un gruppo. Così a George si devono due delle sue più belle canzoni di sempre (“Something”, il pezzo dei Beatles con più cover dopo “Yesterday”, e “Here comes the sun”), a Lennon due canzoni allucinate che avrebbero anticipato il suo percorso successivo come “Come together” e la destabilizzante “"I want you”, McCartney firma, tra l'altro, la bellissima parte finale della suite del lato B :"She came in through the bathroom window" / "Golden slumbers" / “Carry That Weight” e perfino Ringo si congedava dai compagni con un colpo d'ala: l'eccellente “Octopus's Garden”. Un grande album alla fine. O quattro grandi piccoli album…
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BEATLES - Let it be - 1970 La fine dei Beatles, la fine di un decennio, la fine di una filosofia di vita… Let it be, lascia stare, adesso bisogna pensare a cosa fare da grandi… Ci siamo divertiti un sacco, ma adesso è tempo di mettere la testa a posto. Basta Beatles, basta Love& Peace, basta cazzate. Basta viaggi in India, basta film e cartoni animati, basta vita in comune, basta condividere tutto. Ora, ognuno per se e il dio del rock per tutti. Quando esce "Let it be", il gruppo più famoso del mondo non esiste (ufficialmente) più da un mese (ma in realtà McCartney e il resto del gruppo erano ai ferri corti da un pezzo). Sono già usciti gli album solisti di Paul, Ringo e John e i quattro sono separati perfino in copertina. Tutto l'album ha un po' il sapore di qualcosa che "si doveva fare", perché era proprio impossibile mollare tutto senza neanche un capitolo finale. Non precisamente un happy end, ma almeno i titoli di coda e la parola fine a questa grande storia, i Beatles lo dovevano. Probabilmente se la vicenda dei Beatles non fosse finita, queste canzoni (registrate prima di quelle di "Abbey Road" che invece era uscito prima) non sarebbero mai state pubblicate e comunque non in questa veste, ma si tratta di una mera supposizione. Invece i quattro decisero che comunque si doveva pubblicare un "ultimo disco" così misero in mano al produttore Phil Spector un pugno di canzoni di seconda scelta (rispetto il loro standard) registrate senza averne nessuna voglia in un periodo di noia e di litigi. Spector, poi, a detta di quasi tutti e di Paul in particolare, riuscì a rovinare con una produzione pomposa e pretenziosa anche quel poco di buono che c'era. Lui all'epoca era considerato il miglior produttore al mondo, ma il materiale su cui si trovò a lavorare non era eccelso e alla fine probabilmente si fece anche prendere la mano. John disse: "Gli è stato dato il più merdoso cumulo di merda mal registrato e con un feeling schifoso e ne ha cavato qualcosa", Paul disse: "Il suo lavoro in tutto il disco e in particolare su "The long and winding road" è terribile, e in più rappresenta un'intollerabile interferenza con il mio lavoro". George Martin rimase scandalizzato nel sentire cosa aveva combinato Spector, la stampa parlò di "un EP gonfiato" e di "una lapide di cartone"… Ma è un disco così orribile "Let it be"?. Alla fine probabilmente no. Forse bisognerebbe ascoltarlo con le orecchie di allora, bisognerebbe ascoltarlo venendo da tutto quello che i Beatles avevano fatto prima, per capire le reazioni del periodo, ma ascoltato oggi, l'album non appare così terribile. Contiene sicuramente alcuni momenti di alto livello (le due canzoni di Harrison "I me mine" e "for you blue", ma anche "The long and winding road", "Two of us", "Get back" e la stessa "Let it be") e gli episodi non memorabili ("Maggie Mae" e "One after 909" che appartenevano addirittura al periodo Quarrymen, la fiacca "Dig it") non sembrano così spaventosi. Forse i Betles avrebbero meritato un commiato migliore, ma, chissà, forse un grande album avrebbe reso il dolore dei fans e il loro rimpianto ancora maggiore…
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BECK - Mutations - Beck si diverte: esplora qualsiasi gnere o territorio musicali gli venga in mente, accede a qualsiasi stile, adotta qualsiasi linguaggio. Il miracolo è che tra ballate country, incursioni brasiliane, fiatone post grunge e irresistibili ballate romantiche, il musicista mantenga, riconoscibilissimo, il proprio stile. Ed è una bellezza ascoltare un album così ricco e vario le cui canzoni, però, sono tutte legate da un magico, invisibile, resistentissimo filo.
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BEE GEES - Spirit having flown - 1979 "Spirit having flown" è oggi considerato come l'ultimo colpo di coda di una grande stagione per i fratelli Gibb, una stagione che li aveva visti rimettere il naso fuori, grazie alla disco music, dopo il lungo periodo di oscurità successivo ai grandi trionfi degli anni '60. Di fatto, ingiustamente, il disco un po' soffrì del successo clamoroso della "Febbre del sabato sera", finendo per esserne un po' oscurato: non molti lo considerarono un capolavoro alla sua uscita, quasi come se si pensasse che più di quanto avevano fatto negli ultimi anni, i Bee Gees non avrebbero comunque più potuto fare. Tuttavia, se andiamo ad ascoltare bene le canzoni che in "Spirit having flown" sono contenute, scopriamo che questa è probabilmente la migliore raccolta di grandi pezzi dai tempi del mitico "Bee Gees first" del '67, un album che racchiudeva in un colpo solo "Holiday", "One minute woman", "New York mining disaster 1941", "To love somebody", "I can't see nobody" e altre, per dire. D'altra parte, chiunque può immaginare in quale imbarazzo si siano trovati i fratelloni dell'Isola di Mann nel momento di partorire brani che fossero degni successori di hits che, negli anni precedenti, avevano venduto alcune decine di milioni di copie. Soprattutto volendo cominciare ad allontanarsi un po' dall'universo disco che loro intuivano avesse ormai già dato il meglio di sé stesso. Bene, in qualche modo il miracolo avvenne. "Spirit having flown" non verrà probabilmente mai ricordato come una pietra miliare nella storia della musica pop, eppure molte sue canzoni sono entrate nell'immaginario collettivo. La celeberrima "Too much heaven", ad esempio che con "Love you inside out" forma una splendida, irresistibile, coppia di "lenti" da dancefloor, oppure la bellissima ballata che titola l'album o "Tragedy", un quasi-rock piutosto coinvolgente, divinamente prodotto, con tutti i suoni al posto giusto. Cosa che comunque è una costante di tutto il lavoro, forse il meglio cantato, suonato e arrangiato dell'intera discografia dei Bee Gees. Il gruppo sembrava quindi avere ancora moltissimo da dire e da dare, eppure… Colpo di coda, si diceva all'inizio, e in effetti, dopo questo exploit (un exploit, che sotto sotto finì per vendere qualcosa come 35 milioni di copie!), il trio avrebbe conosciuto un lento declino (illuminato forse solo dal lampo dell'ottima "Living eyes" di due anni dopo) dal quale non si sarebbe più ripreso. Come se questo album, uscito nel '79, chiudesse non solo un decennio che per i fratelli Gibb era stato veramente magico, ma, di fatto, la stessa loro carriera. Un paio d'anni fa, un nuovo eccellente album e il relativo tour avrebbero potuto riportarli in auge, ma non successe, e oggi, dopo la scomparsa di Maurice, non succederà probabilmente più.
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BIAGIO ANTONACCI - B.A. 1994 L'album della consacrazione? Noi ci crediamo, non tanto perchè questo nuovo capitolo di Antonacci presenti di per sè qualcsa di particolarmente geniale, ma perchè esso ribadisce l'alto standard di un autore ed interprete che ormai non può più costituire una sorpresa. Biagio è uno dei pochi cantau-tori veramente validi usciti negli ultimi anni. Nessun dub-bio su questo.
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BLACK CROWES - Lions - Qualcosa sta succedendo nel rock del nuovo secolo. Continuo ad ascoltare album che si richiamano palesemente per climi, atmosfere e suoni al migliore rock degli anni '70. Questo ultimo lavoro dei Black Crowes è tra di essi. Una volta si chiamava "sana e solida musica rock" e non c'era molto altro da aggiungere: tutti si sapeva di cosa si stesse parlando. Oggi andrebbe spiegata, questa energia, queste chitarre, questa batteria. Ma forse è meglio ascoltarle e capire che si può fare buona musica anche senza campionatori. E' musica datata? E' musica di ieri? No: è musica di sempre e inevitabilmente, periodicamente torna fuori: sana e solida musica Rock.
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BLU CANTRELL - So blu -Ricordi - 2001 Blu Cantrell si è piazzata nella top ten americana un paio di mesi fa e non si è più mossa. Adesso esce il suo album eascoltandolo ci rendiamo conto del perché. Non sappiamo se Blu diventerà anche qua da noi la nuova Withney Houston, non sappiamo se anche da noi il disco scalerà le classifiche, ma se tutto questo succedesse non ci stupirebbe assolutamente. Perché il lavoro è ai massimi livelli delle produzioni americane di questo tipo, e la 25enne soul singer ha doti vocali e interpetative straordinarie: la sua voce è venata di jazz e blues e possiede una carica emozionale che dà l'indispensabile calore alla perfezione di una produzione che sennò risulterebbe, come in tanti lavori di questo tipo, gelida. Magari stupisce che l'r'n'b made in Usa riesca a sfornare a getto continuo prodotti a questa altezza, ma tant'è... noi ce lo godiamo e lo consigliamo caldamente.
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BOB DYLAN - Love and theft - 2001 Bob Dylan se ne frega! Se ne frega della musica che oggi "va", perché lui ha la "sua". E la sua è la musica che, alla fine, "gira intorno" da sempre: il blues in tutte le sue accezioni, il country, certo swing alla Ry Cooder di "Jazz", il rockabilly, addirittura certo rock primordiale... Ci piace vedere il vecchio Bob litigare con la figlia adolescente cui piace Emineem (la notizia è di qualche giorno fa), poi mettersi alla chitarra e tirare fuori queste 12 canzoni, splendide nel loro essere assolutamente fuori dal tempo e demtro tutti quanti abbiano orecchie e cuore. Grande Bob, sempre uguale e sempre diverso, pronto a stupirci smpre per il gusto di per poter ghignare beffardo, in copertina, sotto due baffetti da sparviero.
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BOB DYLAN - The basement tapes - 1975 Un'estate a suonare, bere, dormire, suonare, cazzeggiare, suonare, divertirsi, ridere, suonare… Che meraviglia! Bob Dylan e la Band lo fecero nel 1967: da giugno a ottobre, in una casa di campagna vicino a Woodstock, grazie alla chitarra e alla bottiglia, in tutto relax, lui si riprese definitivamente dal terribile incidente motociclistico del '66, loro da un tour sfiancante che li aveva portati in giro per mesi. Grazie a dio, qualcuno dimenticò un registratore acceso, durante quelle interminabili suonate, e tutto quello che venne realizzato in quei mesi, bene o male finì su nastro. Poi quei nastri iniziarono a girare (era inevitabile): da essi furono tratti diversi dischi pirata (il più famoso dei quali fu "The great white wonder") e alcune di quelle canzoni (che intanto Dylan non aveva ancora inciso) venivano portate al successo da Joan Baez, Byrds, Band e Manfred Mann (la famosa "Mighty queen" che fu anche un hit italiano come "L'esquimese" dei Dik Dik). Ci vollero quasi dieci anni perché la CBS si decidesse a fare una mossa che a tutti sembrava ovvia fin dall'inizio: pubblicare ufficialmente qui nastri. Così nel 1975, finalmente, uscì questo doppio "Basement tapes". Disco assolutamente straordinario. Se si pensa che probabilmente questi nastri erano stati bloccati per anni e anni solo perché incisi con un registratore da quattro soldi, viene da maledire l'ottusità di qualche discografico (e magari dello stesso Dylan, sai mai…). Perché queste canzoni, pur con tutti i loro difetti e approssimazioni, sono tra le cose migliori che Dylan abbia mai pubblicato (e ne ha pubblicate!…). Difficile spiegarlo, ma ascoltandole si sente distintamente la voglia di fare musica, la spontaneità, il divertimento assoluto di questi musicisti. Bob canta in coro con gli amici vecchi rock'n'roll ("Long distance operator", "Orange juice blues"), vecchi brani tradizionali ("Clothes lines saga", "Apple sucking tree"), e naturalmente pezzi nuovi ("Goin' to Acapulco", la grandissima "This weel's on fire" e molte altre). Curiosamente, tra i 24 brani dei due dischi manca proprio la più famosa di tutte, "Mighty queen", ma Dylan non l'avrebbe mai incisa…
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BOLDOZ DOGS - Pataboom - 2001 Hanno un sacco di idee, questi Boldoz dogs. E non arrrivano tutte, come si potrebbe pensare ad un primo frettoloso ascolto, dai Nofx. Sì, magari il gruppo parte da lì ma poi spesso riesce a trovare spunti piuttosto originali. C'è "solo" da metterli a fuoco, svilupparli e proseguire nel cammino. Nel frattempo ascoltiamo brani che, pur muovendosi in ambito post punk fine anni novanta (si può dire così?), sono abbastanza vari da non annoiare mai e, a volte, sorprendere. E' un esordio promettente, questo. Ah, i Boldoz dogs sono italiani, ma questo ha poi importanza?
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BON JOVI - One wild night - Ora, dato che Bon Jovi è uno dei migliori autori di canzoni rock, e dato che lui è un rocker vero e che, in quanto tale, è sul palco che dà il meglio di sé, cosa aspettarsi da 78 minuti di musica live di Bon Jovi? Il meglio della sua produzione (quindi un gran bell'ascoltare) e un'energia tellurica. Grande musica rock, insomma. Quella che vorremmo sempre sentire. Fatta di sudore, chitarre, basso, batteria e belle tastierone pompate. Sarebbe tutto quasi scontato se non fosse per l'inaspettato duetto con Bob Geldof nella vecchia e sempre struggente "I don't like mondays": un bel momento che concilia due mondi, quello dello scontroso irlandese e quello dell'espansivo italoamericano, che trovano un punto di contatto nell'energia e nella sincerità.
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BONONIA SOUND MACHINE – Blue Inn Cafè Live – 2005 Ora, ha un senso rifare il r'n'b e il soul dei “padri”, solo se si è perfettamente in grado di riproporre quelle note esattamente così come ce le hanno tramandate Otis Redding o Sam & Dave. Fiati e... grove compresi. Ammesso che ci si riesca siamo ancora a livello di una (ottima) cover band. La BSM va un pochino oltre. Perché oltre alla fedeltà assoluta agli spartiti, gli undici soul bros. riescono ad infondere alla loro musica la fedeltà allo spirito di questo genere musicale. Così, che suonino “Gimme some lovin'”, “Lady Marmalade” o “Vorrei la pelle nera” (generi e “colori” un po' diversi, vedete) l'uniformità stilistica è garantita. E lo stile è unicamente il loro.
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BOSTON - Walk on - 1994 Con i Boston funziona così: come, dopo quattro, cinque anni di silenzio, si comincia a darli per morti e sepolti, loro se ne escono con un nuovo album, più o meno identico al precedente. Questo Walk on non fa eccezione con un rock pomposo (e quanto mai piacevole) che sarebbe potuto uscire identico da un giradischi di vent'anni fa e addirittura una suite co-me quelle che andavano negli anni settanta. Tutto per non deludere fans fin troppo pazienti
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BOYZONE - Where we belong - 1994 Al contrario di molti altri gruppi simili a loro, i Boyzone non sono mai riusciti ad avere il vero boom qui in Italia anche se lo avrebbero meritato più di altri. In Inghilterra sono già dei grandi ed il loro precedente album ha venduto più di due milioni e mezzo di copie. Adesso per loro sembra giunto il momento per esplodere anche qui da noi e questo lavoro ha tutte le carte in regola per farcela. Ronan e soci sono cresciuti e dai testi si sente. Meno spazio alle cover e maggiore riguardo verso le esperienze di vita vissuta. Un album piacevole, segnato durante la realizzazione dalla morte della madre di Ronan che ha fatto nascere "This is where I belong". I cinque ragazzi hanno stoffa e per i più scettici un consiglio: ascoltatevi "Baby, can i hold you", cover di Tracy Chapman: vale da sola le 36.000 del disco.
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BRIAN MAY - Another world - 1994 Mica tanto un altro mondo (come recita il titolo). Quello che ci propone May è il "solito" ottimo rock di stampo prettamente americano con tutto il suo armamentario: i pezzi tirati, i lenti da struscio e il più classico dei rock'n'roll. E quando stai per pensare che i Queen siano ormai, per il chitarrista, un capitolo chiuso a doppia mandata, ecco arrivare un coro, una chitarra doppiata che ci riportano al passato. E' un disco eccellente, questo: nessuna voglia di sperimentare (è vero), ma anche nessuna di tradire le aspettative. Sana e solida musica rock, si diceva una volta
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BRITNEY SPEARS - ... baby one more time - 1994 Deliziosa Britney. Lei, ma soprattutto le canzoni, allegre, raramente scontate, realizzate con grandissima classe. Stiamo parlando di un prodotto che probabilmente non resterà nella storia della musica, ma che si piazza comunque, nell'ambito della musica commerciale, ai vertici assoluti. Si va dal pop contagioso dell'ormai nota title track, a tentazioni hip hop, a ballate nemmeno troppo sdolcinate. Tutto di ottimo livello. Perché in Italia non ci riusciamo?
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BRUCE SPRINGSTEN - Born to run - 1975 Lo sappiamo com'è andata: ci fu un redattore della rivista "Rolling Stone" che andò ad un concerto di questo ragazzotto del New Jersey, si lucidò gli occhi (e le orecchie) e il giorno dopo scrisse "Ho visto il futuro del rock: si chiama Bruce Springsteen". Era un giornalista piuttosto importante e quello che diceva veniva preso in considerazione, così tutti si accorsero del futuro Boss, delle sue canzoni potenti, di quello strano personaggio che al primo album era stato etichettato come il nuovo Dylan e al secondo aveva stupito un po' tutti lasciando lente le briglie sul collo della E-Street band che si era messa a galoppare furiosamente. Due album dissimili, spiazzanti nei quali Springsteen aveva dimostrato di avere molte cose da dire ma forse di non saper bene come dirle. Jon Landau, che poi era il giornalista che aveva visto il futuro del rock, non si limitò a scrivere bene del ventiseienne figlio di una segretaria italiana e di un irlandese dai mille mestieri: andò alla Columbia e mise sulla scrivania i propri soldi: "se lanciare quel giovanotto nella maniera giusta è questione di danaro, io ci metto il mio". "Born to run", un'assoluta pietra miliare nella storia del rock, nacque così, esattamente a metà degli anni '70. E forse fu l'abilità di Landau, forse fu la cresciuta maturità artistica di Bruce che nel frattempo si era macinato centinaia di concerti di 3-4 ore l'uno, ma quello che era uno stile promettente ma ancora piuttosto grezzo, iniziò a prendere forma. In questo disco c'era tutta l'America. Niente di nuovo: era una vita (se pensiamo al blues) che qualcuno cantava l'America, le sue autostrade infinte, le sue jungle d'asfalto, i suoi perdenti e i suoi vagabondi, le sue notti e le sue albe sulla strada, i suoi sogni infranti le sue partenze piene di speranza e i suoi ritorni pieni di delusione, ma tutto suonava, stranamente nuovo. Forse perché sotto tutte queste storie amare e dure, c'era una musica che non era solo il solito rock'n'roll di mille band del periodo, non era solo il r&b che influenzava, eccome, anche i musicisti bianchi (Chicago in testa), non erano il dolente folk dylaniano, ne' le suadenti melodie della West coast: era tutto questo insieme. Magari oggi certe soluzioni possono suonare ridondanti, ma accidenti, se brani come "Born to run" , "Jungleland", "Thunder road" o "Thent avenue freese-ou" hanno fatto scuola! Raramente il rock ha, prima e dopo questo disco, toccato simili livelli di epicità: c'è un tensione e una passione, in queste canzoni, che migliaia di musicisti avrebbero cercato di riprodurre riuscendo, nel migliore dei casi, solo ad avvicinarcisi. Per molti critici, sarebbe stato l'album successivo "Darkness in the edge of town" (arrivato solo dopo 3 anni) a riuscire ad asciugare completamente certi eccessi di liricità giungendo alla semplice essenza dello stile di Springsteen, ma se "Born to run", più di "Darkness" riesce ancora ad emozionare, vuol dire che non una nota, non una parola di quel disco era di troppo o fuori posto.
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BRYAN ADAMS - Live! Live! Live! 1994 A ribadire il clamoroso (e per certi versi inaspettato) successo della raccolta di Bryan Adams della primavera scorsa, ecco un live registrato durante la fortunata tournèe di questa estate. C'è tutta l'energia di quei concerti al servizio di brani, ormai, però, fin troppo conosciuti. Speriamo solo che la pubblicazione di questo album non significhi aspetta-re canzoni nuove altri dodici mesi
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BYRDS - Return - 1994 Questo disco è un compromesso in tutti i sensi: non è un disco vecchio (ha un paio d'anni) e non è un disco americano (vedi la casa discografica). Però. Però la musica che racchiude data metà degli anni '60 ed è indiscutibilmente made in Usa. Return è uno splendido antologico (con esaustivo libretto interno) che raccoglie il meglio di una band fondamentale per la storia del rock. Buona parte della musica acida degli anni '80, ma anche lo stile di gruppi come Blur o Oasis hanno le proprie radici in queste canzoni, per lo più scritte da un giovanissimo Bob Dylan. Alcuni brani hanno cavalcato impunemente i decenni (Turn! Turn! Turn!, Mr. Tambourine man) altri rivelano oggi una freschezza strabiliante.
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BRYAN ADAMS - So far so good 1994 Gustosa compilation del rocker canadese che da noi, ha acchiappato il grande successo ai tempi di Everything I do senza più mollare l'osso. Niente di nuovo sotto il sole, nella musica del nostro (il rock americano ripropone immutabile sè stesso almeno da trent'anni), ma un certo mestieraccio nello scrivere gustose ballate, se non altro ad Adams va riconosciuto. E l'unico inedito della raccolta, Please forgive me, non fa eccezione alla regola.
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